“Crescitalia”: l’ossessione suicida

mercoledì, 4 gennaio 2012 15:41 in Rassegna stampa

di Paolo Cacciari Ci mancava “Crescitalia”, il nuovo slogan coniato dal professor Monti per la “fase due” del suo governo. Forse persino un nuovo brand destinato a prendere il posto nel mercato della politica di quello consunto di Forza Italia. Ma crescita di che? Leggi il resto di questa voce →

La decrescita secondo i banchieri

mercoledì, 28 dicembre 2011 17:18 in Rassegna stampa

di Mario Pezzella da www.democraziakmzero.org  del 19_12_11 Dovremo subire una nuova rivoluzione passiva, dopo quella che ha colpito il termine federalismo, e sentiremo parlare di decrescitada parte dei nuovi poteri? Una decrescita ridotta alla miseria condivisa da quasi tutti e all’arricchimento folgorante di pochissimi? Leggi il resto di questa voce →

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mercoledì, 30 novembre 2011 09:39 in Decrescita e dintorni, Rubriche

di Gianni Tamino

Siamo nel corso di una grave crisi economica che è strettamente collegata alla crisi ecologica. A partire dalla rivoluzione industriale, l’economia si è sviluppata grazie allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, portando ad un crescente squilibrio ecologico del pianeta. Leggi il resto di questa voce →

<!–:it–>Crescita e lavoro, due ricette senza senso<!–:–><!–:en–>Crescita e lavoro, due ricette senza senso<!–:–>

giovedì, 17 novembre 2011 13:23 in Rassegna stampa

 di Carla Ravaioli   su Liberazione 30_09_11

Da qualche tempo un numero crescente di voci, in vario modo e da posizioni diverse, si esprime criticamente nei confronti della linea economica dominante, data come socialmente iniqua e ecologicamente distruttiva, nell'insieme segnalando una tendenza a porre in dubbio convinzioni e scelte politiche, dai più finora accettate come “normali”. Penso ad esempio alle posizioni più o meno esplicite di alcuni importanti organi della stampa internazionale. Ne cito qualcuno.

The Nation, avendo nel giugno scorso quasi per gioco invitato i lettori a “reimmaginare il capitalismo”, per molti numeri è stato inondato di risposte tutt'altro che giocose, anzi duramente critiche e spesso dichiaratamente desiderose di vedere la fine dell'impianto economico attuale. In agosto sul Wall Street Journal Nouriel Rubini parlava di un capitalismo ormai pervenuto a un livello di autodistruttività forse irrecuperabile. Nello stesso periodo The Guardian ripetutamente si occupava del commercio clandestino di armi, come di una delle più lucrose fonti attuali di ricchezza. “E' terminale la crisi del capitalismo?” si domandava di recente il teologo Leonardo Boff, pubblicato su Other News di Roberto Savio; il quale nella stessa sede riprendeva un documentatissimo atto d'accusa, firmato da Badriya Khan, “The world is over-armed – The World is over-hungry”. “La fine del progresso”, si intitola un intervento di Zygmund Bauman su La Repubblica del 17 settembre; e sul “Venerdì” dello stesso foglio Giorgio Bocca parla di «crisi ormai galoppante e conclamata del capitalismo». “L'economia uccide più delle bombe”, afferma l'invito alla prossima “Marcia per la pace” Perugia-Assisi. “Benessere senza crescita?” è il tema della prossima sessione dei Colloqui di Dobbiamo (1 – 2 ottobre). Non mi paiono novità da poco.


Sempre più numerosi sono anche i libri, in vario modo impegnati a dimostrare l'insostenibilità del sistema economico mondiale. Mentre si ripubblica Miserie della mondializzazione (Milano 2009) notissimo lavoro a molte voci, da Latouche a Samir Amin a Chomsky a Wallerstein, il pachistano Ahmed Rashid dettagliatamente descrive il fallimento dell'Occidente nel “Sud” del mondo (Caos Asia, Milano 2008); il filosofo Slavoj Zizek analizza la sostanziale irrazionalità del capitalismo globale (Dalla tragedia alla farsa, Milano 2010); Il caos prossimo venturo (Vicenza 2007), firmato dall'indiano Prem Shankar Jha, con inesorabile chiarezza legge i problemi creati dalla globalizzazione capitalista; Capitale fittizio e crisi del capitalismo, di Loren Goldner (Torino 2007), descrive un'economia che segna «una crescente regressione dell'essere umano». Analoghe convinzioni illustra Hervé Kempf, in un libro il cui titolo, Per salvare il pianeta dobbiamo farla finita con il capitalismo (Milano 2010), non lascia dubbi. L'inesorabile distruttività del capitalismo è tema anche de Il grande saccheggio (Roma 2011) di Piero Bevilacqua. Vastità e drammaticità delle sue conseguenze umane vengono ampiamente documentate in Ecoprofughi (Roma 2010) da Valerio Calzolaio. Eccetera.

Questo elenco, peraltro lungi dall'essere completo, non può non imporsi al confronto con un mondo di imprenditori, politici, economisti, per i quali la crescita del prodotto rimane obiettivo primo e indiscusso del loro operare e pianificare il futuro. Crescita d'altronde non meglio definita: crescita non importa di che, per quale fine, con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. E ci si domanda di che cosa questi “potenti” pensano siano “fatte” le merci in quantità crescenti rovesciate sui mercati; se mai gli accada di considerare che auto ultimo grido, computer sempre più prodigiosi, armi via via più micidiali, telefonini capaci di tutto, astronavi, e quant'altro, sono “fatti” di natura, minerale, vegetale, animale; sono cioè frammenti di Terra, il pianeta che abitiamo. Il quale non è dilatabile a nostra richiesta, e non è perciò in grado né di alimentare una produzione in crescita illimitata, né di neutralizzare i rifiuti, solidi liquidi gassosi, che ne derivano. Cose note. Cose dette e ridette. Cose puntualmente ignorate. Come lo squilibrio ecologico planetario a ritmi sempre più paurosi dimostra.

Se tutto ciò è spiegabile (ma non giustificabile) da parte dei “padroni”, o di convinti teorici del capitalismo neoliberista, davvero riesce incomprensibile da parte delle sinistre (quelle ancora vive e attive) le quali, in pratica senza eccezione, con altrettanto fervore invocano crescita, né avanzano ipotesi diverse da quelle del padronato. La cosa ha d'altronde radici lontane. Per un lungo periodo infatti, in pratica coincidente con il primo trentennio postbellico, la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica era andata oggettivamente migliorando le condizioni dei lavoratori; e fu allora che le sinistre, nate per abbattere il capitalismo, pur senza mai rinnegare la loro storia e i loro obiettivi, via via si attestarono su una linea moderata, che peraltro consentì una serie di riforme assai significative: scuola, sanità, pensioni, ecc. Mentre però fatalmente la rivoluzione “entrava in sonno”.

Meno comprensibile è a mio parere la politica delle sinistre nei decenni successivi, di fronte all'affermarsi della più gigantesca rivoluzione della storia, l'informatica: una tecnologia capace di sostituire il lavoro umano, non solo fisico ma, sempre più, anche mentale. Qualcosa che di fatto avrebbe potuto in misura crescente consentire quella “liberazione del lavoro e dal lavoro” a lungo auspicata e in qualche modo “raccontata” da tutti i grandi utopisti, Marx incluso; tema ripreso sulla fine del secolo scorso da André Gorz e Claudio Napoleoni. Ma i partiti operai non parvero considerare questo aspetto di un fenomeno senza precedenti, né domandarsi in che modo usarlo a favore dei lavoratori. A prevalere fu la paura della disoccupazione tecnologica. “Creare posti di lavoro”, assurda invocazione di attività fine a se stessa, divenne lo slogan vincente, tuttora vivo.


E fu così che le sinistre di fatto regalarono il progresso scientifico e tecnologico al capitale. Il quale ovviamente non poteva non usarlo secondo le proprie logiche e i propri fini. “Ripartire dal lavoro”, continua ad essere l'esortazione più insistita da parte di tutte le sinistre organizzate (quel tanto che ne resta), in ciò sostanzialmente allineate agli auspici del mondo capitalistico per “l'uscita dalla crisi”: vale a dire rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, crescita. Ciò che peraltro non sembra affatto arrestare disoccupazione e precariato, mentre inesorabile aumenta il dissesto dell'ecosistema terrestre.


E qua ci si imbatte in quella sottovalutazione della crisi ecologica, che (benché a grandi titoli “strillata” dall'informazione di ogni tipo, e ormai inevitabilmente impostasi all'attenzione di tutti) continua però ad essere una variabile marginale, cui periodicamente si dedicano costosi quanto inutili summit internazionali, ma che nemmeno viene citata in incontri e convegni tra imprenditori, economisti, politici. Ciò che, salvo rare eccezioni, vale purtroppo anche per le sinistre; le quali sembrano dimenticare che a pagare le conseguenze di catastrofi, inquinamenti, squilibri climatici, ecc. dovunque sono soprattutto operai, contadini, lavoratori manuali, quanti cioè da sempre sono per loro principale oggetto di attenzione e impegno.


Mi avvedo di aver parlato pochissimo di “ambiente”, nello specifico delle sue cause, della sua fenomenologia, delle sue possibili “cure”. Ma temo non possa riuscire gran che utile, se prima non si tenta una profonda rilettura di tutta intera l'organizzazione del mondo, per mille versi negli ultimi decenni radicalmente trasformata: quella che della crisi ecologica come della crescente iniquità sociale è certo responsabile diretta, che però di fatto conosciamo ben poco, e ancor meno controlliamo. Dopotutto la “globalizzazione”, che tutti di continuo citiamo, non è tuttora per gran parte una sconosciuta?

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giovedì, 17 novembre 2011 13:12 in Rassegna stampa

da www.articolo21.org  del 20_10_11

“…E’ la crescita che produce il debito! Se invece dicessimo: produciamo solo quello che di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremo che staremo tutti meglio”. Paolo Cacciari, giornalista, ex parlamentare ed oggi membro dell’Associazione per la Decrescita”, intervistato da Articolo21, analizza a tutto campo la crisi economica ed internazionale, che è crisi “del modello neoliberista e monetarista”. Quella di Cacciari (e non solo lui) è una visione altra dell’economia e delle relazioni sociali  “Avere più tempo da dedicare ai propri affetti ti fa vivere meglio”.

Le istanze della manifestazione di sabato 15 ottobre sono state praticamente oscurate dagli scontri che hanno messo la Capitale a ferro e fuoco. Ma le rivendicazioni degli indignati restano. “Noi la crisi non la paghiamo” recitava lo slogan portante delle mobilitazioni. Quali sono i soggetti più colpiti dalla crisi e quelli maggiormente responsabili di averla prodotta? In che modo questi ultimi possono essere inchiodati alle loro responsabilità?
E' la politica che deve farlo? O sono le stesse istituzioni economiche e finanziarie a doversi “autoriformare”?
I giovani nelle piazze di tutto il mondo rivolgono a chi ci governa una domanda molto semplice: se chi ha provocato la crisi economica che si protrae da oltre tre anni sono stati operatori finanziari imprevidenti, intermediari di capitali spregiudicati, gestioni speculative delle valute e dei titoli azionari, perché non sono costoro a pagarne i costi? Perché i capi dei governi invece di porre il sistema bancario sotto rigido controllo svuotano le casse  pubbliche e impegnano i denari dei contribuenti per tamponare i buchi di bilancio (crediti inesigibili) delle banche private? Perché i movimenti di capitale continuano a fluttuare liberi come l’aria, mentre le economie reali, l’occupazione, il potere d’acquisto dei salari precipitano?  La risposta che viene dall’establishment  è disarmante: i debiti sono troppo grandi per essere lasciati insolvibili.

“Default”, è il termine che più di ogni altro sembra terrorizzare gli Stati. Cosa succederebbe se fallissero le banche e gli stati?
Appunto. Non è più dato scegliere se salvare quattro banche o uno stato. La dichiarazione di fallimento di più istituti bancari e/o di più stati potrebbe avere un effetto di trascinamento (contaminazione, la chiamano) davvero dirompente in un sistema economico internazionale integrato e comandato dalla finanza come è quello in cui viviamo. Ma questa verità non può essere una scusa per lasciare le cose come sono, per non affrontare le cause strutturali che sono all’origine della crisi finanziaria, per non individuare e rimuovere i responsabili (che non sono solo dentro le banche e i governi, ma anche tra i prezzolati teorici del neoliberismo e del monetarismo dentro le accademie universitarie) e, quindi, operare i cambiamenti profondi che sono necessari. A proposito di “riforme” che non si fanno.

La politica è ostaggio dell’economia?
Le persone per bene si sono “indignate” proprio perché vedono che la politica è ostaggio dei detentori dei titoli di credito, dei capitalisti che continuano a pretendere ed ottenere tassi di rendimento (rendite finanziarie) dieci, venti volte superiori ai tassi di profitto reali delle imprese. Quando anche i manager dell’industria vengono pagati con le stock option (penso a Marchionne), cioè con le azioni e non con i fatturati industriali, allora si capisce bene che il sistema economico è semplicemente impazzito. Per essere più precisi: si regge solo grazie all’immissione di dosi sempre più massicce di droga. Droga di stato: stampa di cartamoneta, ricapitalizzazioni, acquisto di bond che non valgono nulla, rinuncia al prelievo fiscale, ecc.

Tu sei uno dei principali animatori italiani della cosiddetta “decrescita”, modello altro di sviluppo che gli stessi giovani indignati hanno più volte evocato. A prima vista sembra un paradosso. Una delle accuse rivolte all'Italia e ad altri Paesi è che sono a “crescita zero”. Voi affermate il concetto contrario: l'aumento del Pil non aumenta il benessere generale; il problema non è privilegiare la crescita ma “fermarla”, redistribuire le risorse globali. Come si realizza praticamente?
E no, sono loro immersi in una spirale perversa! La crescita del volume del valore monetario delle merci in circolazione (del Pil) può avvenire solo facendo altri enormi debiti. Ma ogni debito ha il difetto di portarsi dietro un creditore che – se lasciato libero – chiederà per se sempre qualche denaro in più del rendimento dei profitti industriali. E’ la crescita che produce il debito! Se invece dicessimo: produciamo solo quello che di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremo che staremo tutti meglio. La sfida più avanzata e moderna è: stare meglio con meno. E non penso solo agli sprechi, all’usa e getta, alla obsolescenza programmata per far durare meno gli oggetti, alle psicopatologie del consumatore compulsivo… Penso alla rarefazione delle risorse naturali (non solo il petrolio e l’uranio, ma il litio, senza del quale niente batterie per le auto elettriche, o i minerali rari, senza i quali niente telefonini, o il coltan, niente computer) che ci obbliga a diminuire i flussi di materie e di energia impegnati nei cicli produttivi. Questa è già una prima definizione, la più immediata e banale, se vuoi, di decrescita.

Un rallentamento della crescita economica e la conseguente diminuzione della produzione di merci non provocherebbe un aumento della disoccupazione e della povertà?
Non facciamo confusione: si possono creare e produrre dei beni, delle cose utili (e già ora se ne fanno moltissime, pensiamo solo al lavoro domestico, che non viene conteggiato nel Pil) senza che assumano per forza la forma di merci, valutate cioè in termini monetari e scambiate sui mercati globali. Certo, la nostra società spinge a mercificare ogni cosa: dalla cura dei bambini e degli anziani all’inquinamento atmosferico (una tonnellata di CO2 sulla borsa di Londra valeva ieri 18 euro), dalle sementi brevettate dalle multinazionali agro-farmaceutiche, al sesso… Ma è possibile ed auspicabile pensare di soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri senza necessariamente passare per un supermercato. Se solo l’enorme potenzialità della tecnoscienza fosse finalmente indirizzata a preservare l’ambiente e a ridurre il tempo di lavoro necessario alla produzione (e non invece a intensificare gli sforzi produttivi) riusciremmo tutti a vivere in ambienti più salubri e a lavorare meno. Non era questa la felicità?

La crescita economica ha dimostrato di essere diseguale, accrescendo l'ineguaglianza sociale, e concentrando ricchezze nelle mani di pochi. La “decrescita”, in questo caso, si concretizzerebbe come una sorta di azione alla “Robin Hood”, togliendo materialmente le ricchezze a chi ne ha di più per redistribuirle tra i ceti meno privilegiati?
Anche, certo: lavoro e ricchezza vanno meglio distribuiti. La società capitalistica crea per sua natura accumulazione e concentrazione di ricchezze. Fino a ieri tale diseguaglianza era giustificata perché – dicevano – aumentava la competitività, l’emulazione, la produttività del sistema tutto. Il concetto di “sviluppo” e di “sottosviluppo”, quando è nato, nell’immediato secondo dopoguerra, conteneva l’idea di una avanzata di tutte le nazioni del mondo. Era, a suo modo, un’idea universalista e progressista. Assistiamo oggi al fallimento storico di quella promessa. La forbice si allarga, nel mondo, ma anche terribilmente all’interno di ogni singolo stato. Non ci sono mai state nella storia dell’umanità disparità di ricchezze patrimoniali e reddituali così marcate. Pensate: le tre persone più ricche del mondo posseggono guadagni pari alla ricchezza dei 600 milioni di persone che abitano nei 48 paesi più poveri del pianeta. 257 individui possiedono quanto il 45% delle persone sulla terra (2,8 miliardi). Raccapricciante!

La decrescita presuppone una vera e propria rivoluzione culturale. Da dove partire? Quanto siamo schiavi della crescita e della logica del profitto a tutti i costi?
Serge Latouche dice che dobbiamo “decolonizzare l’immaginario” e Gregory Bateson scriveva di “ecologia della mente”. Dobbiamo compiere un lavoro di sgombro dalle macerie che ci ha lasciato il falso mito della crescita infinita. Elevare le capacità critiche del pensiero. Le rivoluzioni non si esportano e non cadono dall’alto. O sono molecolari, condivise dal basso, consensuali… o non sono rivoluzioni.

Anche per la decrescita sarà così?
Sì, una rivoluzione democratica, scelta, partecipata. La decrescita già si vede in mille pratiche individuali e comunitarie. Si coniuga con l’“altra economia”,  con l’economia solidale e sociale e con la gestione collettiva dei beni comuni, il nuovo potente paradigma (riscoperto anche grazie al Nobel alla Elinor Ostrom) che ci indica come sia possibile transitare dalla società del possesso a quella dell’essere, dalla competizione alla cooperazione, dal saccheggio alla preservazione, alla sufficienza, all’abbastanza, alla frugalità. E non per angelico francescanesimo, ma perché smarcarsi dalle costrizioni produttivistiche e consumistiche è bello. Saper fare da sé soddisfa. Avere più tempo da dedicare ai propri affetti ti fa vivere meglio. Scambiarsi oggetti, servizi, mezzi di trasporto, abitazioni… allarga i tuoi orizzonti. Prendersi cura delle cose pubbliche aumenta le occasioni di occupazione.

Da giornalista, quanto contribuiscono i media ad incentivare i consumi materiali superflui rispetto a una logica del consumo responsabile?
Dico sempre (vedi: Decrescita o barbarie, scaricabile gratuitamente da internet) che noi, persone comuni, siamo sicuramente scemi, “schiavi volontari” di convenzioni sociali e dispotismi di chi ci comanda. Ma anche loro devono impegnarsi molto per renderci così docili. I due settori economici che non conoscono crisi sono gli armamenti e la pubblicità: il bastone e la carota necessari per mantenere inalterato uno stato di cose che altrimenti, senza violenza e senza manipolazione delle menti, salterebbe subito. Tu mi chiedi dei media. Oggi televisioni e rotocalchi, ma anche la stragrande maggioranza dei quotidiani – tu mi insegni – non vendono notizie: vendono spazi pubblicitari, se è vero che gli editori ricavano più denari dagli inserzionisti che non dai lettori.

La “decrescita” parte da un rifiuto netto dei principi dell'economia liberista o si può costruire all'interno del libero mercato stesso?
Anche all’interno dei sostenitori della decrescita vi sono opinioni e tendenze diverse, più o meno radicali nei confronti del mercato. Nella Conferenza internazionale sulla decrescita, la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale di Barcellona lo scorso anno (la prossima si terrà a Venezia nel settembre del 2012) si sono sentite molte voci e viste esperienze diverse. Si va da Tim Jechson (autore di: Prosperità senza crescita, Edizioni Ambiente 2011) che dirige un gruppo di ricerca governativo del Regno Unito, al Wuppertal Institute (Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa, sempre di Edizioni Ambiente) guidato da Wolfgang Sachs che è stato un allievo di Ivan Illich, per arrivare ai francesi del “Journal la Décroissance” che sicuramente sono i più anticapitalisti. Quello che penso io è sicuramente poco importante, ma i mercati, come le monete, esistevano prima del capitalismo e, per molti prodotti e se ben regolamentati, potrebbero continuare ad avere un ruolo positivo. Il guaio è quando profitto e accumulazione diventano la regola aurea, esclusiva e totalizzante dei rapporti sociali, quando natura e lavoro diventano meri strumenti (coseificazione e alienazione) per l’accrescimento del capitale impiegato nei cicli produttivi. La famosa “distruzione creativa” schumpeteriana – s’è visto – distrugge più di quanto non riesca a creare.

Questo nuovo paradigma socio-economico sembra avvicinarsi alle tesi dei modelli socialisti o comunisti di matrice marxista. In che modo la “decrescita” si sovrappone o si differenzia da queste tesi e dalle sue applicazioni pratiche così come le abbiamo conosciute? (Urss, Cuba, Cina…)
Nonostante intuizioni profetiche – anch’io ho tentato di mettere in relazione marxismo ed ecologismo (“Pensare la decrescita, Carta e Intra Moenia”, 2006, ndr) . Molto più approfondito il libro di Badiale e Bontempelli: “Decrescita e marxismo”; Marx non riesce a liberarsi dal fascino del progresso tecnologico industriale. E credo che si possano far risalire a lui molte responsabilità della parabola dell’esperienza sovietica. Con il “capital comunismo” cinese, invece, credo proprio che il povero Marx non c’entri per nulla. Ho letto che a Cuba si stanno facendo esperienza importanti nel tentativo di riterritorializzare l’economia. Così come entusiasmanti sono le esperienze in corso in Ecuador, dove i diritti di Pacha Mama, la madre terra, sono stati costituzionalizzati.

Insomma dovremmo cominciare a imparare a fare quello di cui abbiamo bisogno con quello che abbiamo?
E’ così, rinunciando definitivamente a mire imperiali, a superiorità coloniali, a ogni sogno di potenza. Alberto Magnaghi (fondatore del movimento territorialista) parla di “autarchia cosmopolita”. L’idea, non è nuova, è quella della confederazione delle autonomie sociali locali. Swadeshi, diceva Gandhi, per indicare l’autodeterminazione dei villaggi. Comunanze, si potrebbero chiamare, ma non chiuse, in reciproco, paritario rapporto tra loro. Bioregioni. Per un’idea di bioumanesimo planetario. La decrescita, insomma, non è solo dematerializzazione, non è solo demercificazione. E’ una direzione di  marcia che segue una idea di società, di individuo, di natura più correlati, più armoniosi.

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