di Paolo Cacciari
Il capodanno biologico della Terra non coincide con quello solare. Da quando è stato calcolato dagli studiosi del Global Footprint Network guidato da Mathis Wackermagel, e fino a quest’anno, l’Earth Overshoot Day è caduto sempre più pericolosamente in anticipo, raggiungendo lo scorso anno la data del 21 agosto, segnalandoci così che il carico delle attività della popolazione umana sugli ecosistemi terrestri (calcolato in ettari di superficie biologicamente attiva) è andato progressivamente aumentando (vedi la tabella). In pratica consumiamo le limitate risorse del pianeta più in fretta di quanto i cicli vitali naturali siano in grado di rigenerare. Così come rimettiamo in natura materiali di scarto in quantità e con composizioni chimiche non metabolizzabili. In altre parole ancora stiamo intaccando gli stock dei materiali esistenti e compromettendo la funzionalità dei “servizi ambientali” che la natura gratuitamente e silenziosamente ci dona attraverso i cicli dell’acqua, del carbonio, dell’azoto, la fotosintesi clorofilliana, l’impollinazione e via dicendo. Insomma, per usare il linguaggio dell’economia – l’unico che i decisori politici usano e sono in grado di capire – stiamo intaccando il “capitale” naturale e stiamo contraendo “debiti” ecologici impoverendo e compromettendo le “risorse” future a disposizione. Chi verrà dopo di noi avrà condizioni di vita più difficili, nemmeno compensate dai ritrovati “sostitutivi” messi a disposizione dalla scienza e della tecnica. Il mondo naturale non ce la fa più a sorreggere il mondo artificiale.
Tutto vero fino ad oggi, ma quest’anno la gravissima crisi che ha colpito le economie occidentali sembra aver avuto almeno il “merito” di aver frenato gli impatti antropici. Sembra infatti che gli studiosi del Global Footprint Network siano orientati a fissare il giorno fatidico dell’overshoot (che comunque è sempre il frutto di un complesso calcolo di simulazione della funzionalità degli ecosistemi e di trasposizione di indicatori statistici) il 27 settembre, ricacciandolo indietro di un mese circa sull’anno precedente.
Ma c’è ben poco da rallegrarsi. Non si tratta infatti di una inversione di tendenza voluta e pianificata e quindi destinata a durare nel tempo. Non è stata introdotta alcuna modificazione strutturale degli apparati industriali, energetici e dei sistemi di consumo improntati alla riduzione dei flussi di materie e di energie impiegati, ma solo della conseguenza della caotica caduta delle produzioni industriali e dei consumi di massa provocata dalla crisi finanziaria che ha travolto le economie di quella parte del mondo che più consuma. Peggio ancora. Le manovre antirecessive messe in atto dai vari governi dei paesi colpiti dalla crisi hanno fatto sparire dalle agende dei parlamenti le promesse di politiche “verdi”. Nessun governo parla più di “quarta rivoluzione industrial
e”, di New Deal ecologico, di investimenti in ricerca di clean tec, di green jobs e delle altre mirabolanti invenzioni della green economy compresa la modifica dei sistemi fiscali con l’introduzione di tasse (quali la Carbon Tax) capaci di disincentivare le emissioni inquinanti e climalteranti, penalizzare la formazione di residui industriali e di rifiuti urbani e, per converso, incentivare le riconversioni industriali, le biotecnologie, la bioedilizia consentendo una rapida e progressiva dematerializzazione dei cicli produttivi e una drastica diminuzione del carico materiale contenuto nelle merci. Le leggi ambientali annunciate dalla amministrazione Obama (compresa la proposta di legge Waxman-Markey per applicare il protocollo di Kyoto) giacciono nei cassetti del Congresso. Le ultime notizie che vengono dagli Stati Uniti sono la ripresa delle perforazioni petrolifere nell’Artico e la rinuncia ad abbassare i limiti di concentrazione di ozono in atmosfera. Insomma le idee di un “capitalismo naturale”, capace di “salvare il pianeta continuando a fare profitti”, di una economia soft e di imprese socialmente ed ambientalmente responsabili sembrano essere state travolte dalla crisi. Nell’era della globalizzazione dei mercati senza un governo politico, l’unica regola vigente è il “prenda chi ci riesce, si salvi chi può”.
Qui sta la differenza tra una caotica e pericolosa recessione e una decrescita scelta, pianificata, equa. Tra decadenza e innovazione. Tra “crescita negativa” e fuoriuscita dalla spirale distruttiva della “crescita illimitata” imposta dalla logica auto-accrescitiva del mercato. Tra subire l’inerzia del business as usual e la gestione condivisa e solidale delle risorse naturali concepite non più come mezzi e fattori di produzione sacrificabili nei cicli di produzione e di consumo delle merci, ma come beni comuni da preservare e utilizzare a beneficio universale del genere umano. Insomma bisognerà prima o poi capire che dalla crisi non si esce avvitandosi ancora di più nei meccanismi di una crescita economica dettata dalle ragioni del massimo rendimento monetario dei capitali investiti, ma al contrario limitandone la voracità, la distruttività, l’inequità.
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Year
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Overshoot Date
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| 1987 |
December 19 |
| 1990 |
December 7 |
| 1995 |
November 21 |
| 2000 |
November 1 |
| 2005 |
October 20 |
| 2007 |
October 26 |
| 2008 |
September 23 |
| 2009 |
September 25 |
| 2010
2011 |
August 21
September (…) |
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