A Durban pensando anche alle nostre alluvioni
A giorni, dal 28 novembre al 9 dicembre, inizierà a Durban in Sud Africa l’ennesimo (il 17°) vertice Onu sui cambiamenti climatici, Conferenza delle parti che avrebbe il compito di implementare il Protocollo di Kyoto (1997) sulla riduzione dei gas ad effetto serra. Come i morti delle Cinque Terre, di Genova e di Messina ci ricordano, si tratta della principale minaccia che l’umanità deve affrontare. Il riscaldamento dell’atmosfera è dovuto all’emissione di gas (principalmente anidride carbonica, ma non solo) generati da attività antropiche ben note e conosciute: combustione di carbone e petrolio, deforestazione, allevamenti industriali e agricoltura chimicizzata. L’aumento delle temperature medie globali, in atmosfera e negli oceani, è confermato da tutti gli studi scientifici (vedi le rassegne in www.climalteranti.it ). Gli effetti, ovviamente, sono diversi nelle varie parti del pianeta. Tempeste e alluvioni, uragani e monsoni fanno il paio con siccità, onde di calore, desertificazioni. Persino all’interno di una piccola penisola come l’Italia, i climatologi ci segnalano una crescente divaricazione delle precipitazioni tra Nord e Sud. Se a questi mutamenti globali aggiungiamo la criminale gestione dei territori (mancanza di manutenzione, edificazione selvaggia, abbandono delle montagne e delle tecniche tradizionali di gestione agroforestale) non possiamo stupirci delle continue tragedie. E’ la “Shock Economy” che bene descriveva Naomi Klein.
Comunque vi è un incremento delle precipitazioni intense, degli “eventi estremi”. Le chiamano “bombe d’acqua” e abbiamo conosciuto la loro devastante pericolosità in Veneto lo scorso anno. Una sorta di “gavettoni” concentrati in pochi chilometri quadrati, che hanno la forza di sfondare tetti e di formare a terra un’onda di piena. Il fenomeno è ben noto agli scienziati del clima. Scrive Bill Mc Kibben, fondatore del movimento “350.org” (Terra, Edizioni Ambiente, 2010): “L’aria calda trattiene più vapore acqueo di quella fredda. Nelle zone aride ciò aumenta l’evaporazione, e quindi la siccità. Quando poi finisce nell’atmosfera, prima o poi l’acqua torna giù”. Da qui: “Acquazzoni, non più pioggerelline gentili, ma piogge torrenziali e distruttive: in tutto il pianeta i danni causati dalle precipitazioni aumentano del 5% l’anno”. Spiega bene Mc Kibben: «Siamo all’inizio del cambiamento più vasto e profondo mai registrato nella storia dell’umanità, pari solo a quei grandi pericoli che abbiamo potuto leggere nelle tracce lasciate nelle rocce e nel giaccio […] Non si tratta di un cambiamento transitorio, è la Terra che sta mutando (…) La calotta polare artica si è ridotta di 2,8 milioni di chilometri quadrati, più di quanto sia mai stato registrato nella storia (…) I tropici si sono espansi di due gradi di latitudine a nord e a sud, con la conseguenza che alla fascia climatica tropicale si sono aggiunti altri 22 milioni di chilometri quadrati. A conseguenza di ciò le regioni subtropicali aride si spostano ora verso nord e verso sud (…) Le barriere coralline cesseranno di esistere come strutture fisiche entro il 2100, forse 2050”.
Il riscaldamento avvenuto fino ad oggi (circa 0,8°C), infatti, è solo una parte di quello che potrebbe esserci in futuro (da 3,2 a 4,8 gradi Celsius entro il 2085, secondo le ultime proiezioni). Scrive Stefano Caserini, Clima, tempeste e alluvioni, in www.climateranti.it, “Le tempeste di oggi sono solo un anticipo delle tempeste dei nostri nipoti”. Il più accreditato climatologo del mondo, scienziato della Nasa, James Hansen [Tempeste, con introduzione di Luca Mercalli, Edizioni Ambiente, 2010] ci avverte che se dovessimo continuare a bruciare tutti i combustibili fossili che conosciamo – e che con tanto accanimento cerchiamo di estrarre in fondo agli oceani e tra le rocce bituminose – le calotte glaciali si fonderebbero completamente. La rivista “Nature” ha pubblicato studi in cui rivela che l’ultima volta in cui i livelli di anidride carbonica in atmosfera raggiunsero i valori simili a quelli attuali (390 parti per milione) fu circa 20 milioni di anni fa. Ma allora il livello del mare era di 20 metri più alto e le temperatura di 10 centigradi più alte. Conclude Mc Kibben: “L’Olocene è agli sgoccioli e l’unico mondo che gli umani hanno conosciuto all’improvviso vacilla”.
Ma tutto questo, né le tragedie, né gli avvisi degli scienziati, basta a distogliere i padroni del mondo, la casta degli oligarchi al potere, dai loro affari. Il dispositivo su cui regge il potere è il diniego dell’evidenza dei fatti e la prepotenza con cui impongono le proprie politiche suicide, verso la “sesta estinzione di massa” delle specie viventi da quando è comparsa la vita sulla terra. A Durban finirà come è finito a Copenaghen (2009) e a Cancun, Messico (2010), con nessun impegno per una reale conversione ecologica dell’economia. Comunque, a tentare di richiamare i governi e le organizzazioni della “governance” globale (Fmi, Banca Mondiale, Wto) alle loro responsabilità, ci saranno i contadini, gli indigeni e la costellazione di organizzazioni ambientaliste e per la giustizia climatica, in Italia coordinate da RIGAS (vedi la loro articolata piattaforma di proposte in www.reteambientalesociale.org) . Chiederanno una inversione di rotta, un cambiamento del modello di sviluppo che ponga al centro i diritti della natura e dell’uomo.
Sarebbe bello che anche dalle terre devastate dalle ultime alluvioni italiane partisse un appello a Durban, e non solo, per superare l’incapacità diffusa di connettere dinamiche globali ad avvenimenti locali e dare significati non scontati agli avvenimenti. Spesso, noi stessi, siamo portati a non accettare per intero la realtà e ne tralasciamo, non intenzionalmente e quasi a difenderci, dei tratti. Meglio darsi spiegazioni semplici – “l’argine non ha retto” – piuttosto che accogliere la scomoda verità tutta intera, multifattoriale. Prima ancora che di canali scolmatori o di casse di espansione abbiamo bisogno di nuovi occhi che vedano i fili sottili che legano il Levante ligure alla lotta dei profughi ambientali africani, la Lunigiana ai Sem Tera brasiliani, Genova alle popolazioni delle coste oceaniche erose dall’eustatismo, Messina alle donne indiane che si oppongono alla costruzione di grandi dighe.
Più agroecologia e meno agroindustria. Più etica della natura e meno finanza. Più democrazia dal basso e meno executive manager. Meno crescita (del Pil) distruttiva (di natura) e più relazioni umane, cooperazione, solidarietà, giustizia.
Paolo Cacciari
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