Buon sostenibile anno nuovo

Wednesday, 28 December 2011 21:42 in Press review

di Paolo Cacciari (da www.lindro.it, 29_12_11) La sostenibilità è il vero imperativo del tempo presente. Non la “crescita”, come erroneamente insistono a dire economisti e politici giocando pericolosamente con il futuro di noi tutti.

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In cammino contro la crisi. La filosofia di Federtrek

Thursday, 22 December 2011 17:27 in Press review

 da www.prismanews.net del 19_12_11 di Irene Fusco Si respirava davvero un’aria impregnata di speranze sabato 17 dicembre, alla Città dell’Altra Economia a Roma, dove si è tenuto il primo convegno della FederTrek.

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Le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso

Wednesday, 21 December 2011 11:37 in Press review

 

da www.climalteranti.it  del 19 dicembre 2011 di  Karl Ludwig Schibel, Alleanza per il clima Iniziamo un dibattito sul futuro delle politiche climatiche e delle negoziazioni sul clima, ospitando un parere fortemente critico sull’esito della COP17 di Durban, che pubblichiamo, pur non condividendone numerosi passaggi, per mostrare la diversità delle posizioni e degli argomenti in gioco. Read the rest of this entry →

<!–:it–>L’EMERGENZA CLIMATICA E LATITANZA DELLA POLITICA. GUARDANDO A DURBAN <!–:–><!–:en–>Climate emergency and political inaction. Looking al Durban. <!–:–>

Monday, 21 November 2011 14:25 in News

A Sud, a partner of the 3° International Conference on Degrowth Venice 2012, will be in Durban during the next UN summit on climate on behalf of RIGAS, the Italian Network for Environmental and Social Justice. We publish their paper.

The previous summits have failed because there is clearly a lack of political will from the governments to implement concrete measures to reduce the climate altering gases and reverse the trend before it is too late. Indeed, Copenhagen and Cancun have shown how everything – even the climate emergency causing 300,000 deaths a year (with an increasing number of whom are our fellow citizens, as shown by the national news) and forcing ten millions of people to migrate for environmental reasons – can be used as a gear in the capitalistic system which is feeding on everything. And so, the instruments to finance the ecological crisis are imposing in the negotiations: carbon trade, REDD+, geo-engineering. Further sources of speculation while the causes of the climatic upheavals remain undisturbed and while the extreme climate events continue to increase in frequency and intensity.

There are two fundamental misunderstandings which are good to reveal. One is to think that the climatic upheavals issue is far away from us, referring to tropical cyclones and desertification in Africa. It is not like that. The continuous floods affecting the territory should open our eyes on the spillover effects of climate change also occurring here, at home. In this sense, our politics, the governments as well as the opposition, need to address these issues, take positions and develop proposals to stop these climatic imbalances. To reduce the carbon emissions, they should invest in industrial restructuring, in mass transportation, in a widespread energetic model based on renewable energies.

  

The other misunderstanding is about the intervention priorities implemented by the governments for the supposed “development” of the territories and the entire country, often with the approval of the opposition. An example among all: they prefer to invest public money and years of propaganda in the construction of the unlikely and expensive bridge on the Stretto rather than to invest in securing the territory of Messina, which has been brought to its knees by a devastating flood in 2009.

 

In a time where one talks only about debt crisis, according to the priorities dictated by the European agenda, it is essential to see that the economic crisis is only a part of a larger crisis, planetary, the ecological crisis. A crisis on which our own survival depends more than on any other question of economic or financial nature.

A Sud will be in Durban during the work of the UN summit, on behalf of RIGAS, the Italian Network for Environmental and Social Justice, to participate in moments of discussion and mobilization of the civil society, which offers proposals and experiences a lot more concrete and effective than those emerging from the governments.

We are making this call so that the media deal with the seriousness and consistency that such an urgent topic deserves: too often, the voice of citizens and the proposals of movements and associations are simply being silenced or censored by the hysteric shouting of the politics. A topic which is, in the case of the climate, far from being technical, involves factors of political, social and economic nature. And above all, our lives.

A Sud

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Thursday, 17 November 2011 13:27 in Press review

A Durban pensando anche alle nostre alluvioni

A giorni, dal 28 novembre al 9 dicembre, inizierà a Durban in Sud Africa l’ennesimo (il 17°) vertice Onu sui cambiamenti climatici, Conferenza delle parti che avrebbe il compito di implementare il Protocollo di Kyoto (1997) sulla riduzione dei gas ad effetto serra. Come i morti delle Cinque Terre, di Genova e di Messina ci ricordano, si tratta della principale minaccia che l’umanità deve affrontare. Il riscaldamento dell’atmosfera è dovuto all’emissione di gas (principalmente anidride carbonica, ma non solo) generati da attività antropiche ben note e conosciute: combustione di carbone e petrolio, deforestazione, allevamenti industriali e agricoltura chimicizzata. L’aumento delle temperature medie globali, in atmosfera e negli oceani, è confermato da tutti gli studi scientifici (vedi le rassegne in www.climalteranti.it ). Gli effetti, ovviamente, sono diversi nelle varie parti del pianeta. Tempeste e alluvioni, uragani e monsoni fanno il paio con siccità, onde di calore, desertificazioni. Persino all’interno di una piccola penisola come l’Italia, i climatologi ci segnalano una crescente divaricazione delle precipitazioni tra Nord e Sud. Se a questi mutamenti globali aggiungiamo la criminale gestione dei territori (mancanza di manutenzione, edificazione selvaggia, abbandono delle montagne e delle tecniche tradizionali di gestione agroforestale) non possiamo stupirci delle continue tragedie. E’ la “Shock Economy” che bene descriveva Naomi Klein.

Comunque vi è un incremento delle precipitazioni intense, degli “eventi estremi”. Le chiamano “bombe d’acqua” e abbiamo conosciuto la loro devastante pericolosità in Veneto lo scorso anno. Una sorta di “gavettoni” concentrati in pochi chilometri quadrati, che hanno la forza di sfondare tetti e di formare a terra un’onda di piena. Il fenomeno è ben noto agli scienziati del clima. Scrive Bill Mc Kibben, fondatore del movimento “350.org” (Terra, Edizioni Ambiente, 2010): “L’aria calda trattiene più vapore acqueo di quella fredda. Nelle zone aride ciò aumenta l’evaporazione, e quindi la siccità. Quando poi finisce nell’atmosfera, prima o poi l’acqua torna giù”. Da qui: “Acquazzoni, non più pioggerelline gentili, ma piogge torrenziali e distruttive: in tutto il pianeta i danni causati dalle precipitazioni aumentano del 5% l’anno”. Spiega bene Mc Kibben: «Siamo all’inizio del cambiamento più vasto e profondo mai registrato nella storia dell’umanità, pari solo a quei grandi pericoli che abbiamo potuto leggere nelle tracce lasciate nelle rocce e nel giaccio […] Non si tratta di un cambiamento transitorio, è la Terra che sta mutando (…) La calotta polare artica si è ridotta di 2,8 milioni di chilometri quadrati, più di quanto sia mai stato registrato nella storia (…) I tropici si sono espansi di due gradi di latitudine a nord e a sud, con la conseguenza che alla fascia climatica tropicale si sono aggiunti altri 22 milioni di chilometri quadrati. A conseguenza di ciò le regioni subtropicali aride si spostano ora verso nord e verso sud (…) Le barriere coralline cesseranno di esistere come strutture fisiche entro il 2100, forse 2050”.

Il riscaldamento avvenuto fino ad oggi (circa 0,8°C), infatti, è solo una parte di quello che potrebbe esserci in futuro (da 3,2 a 4,8 gradi Celsius entro il 2085, secondo le ultime proiezioni). Scrive Stefano Caserini, Clima, tempeste e alluvioni, in www.climateranti.it, “Le tempeste di oggi sono solo un anticipo delle tempeste dei nostri nipoti”. Il più accreditato climatologo del mondo, scienziato della Nasa, James Hansen [Tempeste, con introduzione di Luca Mercalli, Edizioni Ambiente, 2010] ci avverte che se dovessimo continuare a bruciare tutti i combustibili fossili che conosciamo – e che con tanto accanimento cerchiamo di estrarre in fondo agli oceani e tra le rocce bituminose – le calotte glaciali si fonderebbero completamente. La rivista “Nature” ha pubblicato studi in cui rivela che l’ultima volta in cui i livelli di anidride carbonica in atmosfera raggiunsero i valori simili a quelli attuali (390 parti per milione) fu circa 20 milioni di anni fa. Ma allora il livello del mare era di 20 metri più alto e le temperatura di 10 centigradi più alte. Conclude Mc Kibben: “L’Olocene è agli sgoccioli e l’unico mondo che gli umani hanno conosciuto all’improvviso vacilla”.

Ma tutto questo, né le tragedie, né gli avvisi degli scienziati, basta a distogliere i padroni del mondo, la casta degli oligarchi al potere, dai loro affari. Il dispositivo su cui regge il potere è il diniego dell’evidenza dei fatti e la prepotenza con cui impongono le proprie politiche suicide, verso la “sesta estinzione di massa” delle specie viventi da quando è comparsa la vita sulla terra. A Durban finirà come è finito a Copenaghen (2009) e a Cancun, Messico (2010), con nessun impegno per una reale conversione ecologica dell’economia. Comunque, a tentare di richiamare i governi e le organizzazioni della “governance” globale (Fmi, Banca Mondiale, Wto) alle loro responsabilità, ci saranno i contadini, gli indigeni e la costellazione di organizzazioni ambientaliste e per la giustizia climatica, in Italia coordinate da RIGAS (vedi la loro articolata piattaforma di proposte in www.reteambientalesociale.org) . Chiederanno una inversione di rotta, un cambiamento del modello di sviluppo che ponga al centro i diritti della natura e dell’uomo.

Sarebbe bello che anche dalle terre devastate dalle ultime alluvioni italiane partisse un appello a Durban, e non solo, per superare l’incapacità diffusa di connettere dinamiche globali ad avvenimenti locali e dare significati non scontati agli avvenimenti. Spesso, noi stessi, siamo portati a non accettare per intero la realtà e ne tralasciamo, non intenzionalmente e quasi a difenderci, dei tratti. Meglio darsi spiegazioni semplici – “l’argine non ha retto” – piuttosto che accogliere la scomoda verità tutta intera, multifattoriale. Prima ancora che di canali scolmatori o di casse di espansione abbiamo bisogno di nuovi occhi che vedano i fili sottili che legano il Levante ligure alla lotta dei profughi ambientali africani, la Lunigiana ai Sem Tera brasiliani, Genova alle popolazioni delle coste oceaniche erose dall’eustatismo, Messina alle donne indiane che si oppongono alla costruzione di grandi dighe.

Più agroecologia e meno agroindustria. Più etica della natura e meno finanza. Più democrazia dal basso e meno executive manager. Meno crescita (del Pil) distruttiva (di natura) e più relazioni umane, cooperazione, solidarietà, giustizia.

Paolo Cacciari

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