Buon sostenibile anno nuovo

mercoledì, 28 dicembre 2011 21:42 in Rassegna stampa

di Paolo Cacciari (da www.lindro.it, 29_12_11) La sostenibilità è il vero imperativo del tempo presente. Non la “crescita”, come erroneamente insistono a dire economisti e politici giocando pericolosamente con il futuro di noi tutti. Leggi il resto di questa voce →

In cammino contro la crisi. La filosofia di Federtrek

giovedì, 22 dicembre 2011 17:27 in Rassegna stampa

 da www.prismanews.net del 19_12_11 di Irene Fusco Si respirava davvero un’aria impregnata di speranze sabato 17 dicembre, alla Città dell’Altra Economia a Roma, dove si è tenuto il primo convegno della FederTrek.

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Le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso

mercoledì, 21 dicembre 2011 11:37 in Rassegna stampa

 

da www.climalteranti.it  del 19 dicembre 2011 di  Karl Ludwig Schibel, Alleanza per il clima Iniziamo un dibattito sul futuro delle politiche climatiche e delle negoziazioni sul clima, ospitando un parere fortemente critico sull’esito della COP17 di Durban, che pubblichiamo, pur non condividendone numerosi passaggi, per mostrare la diversità delle posizioni e degli argomenti in gioco.

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venerdì, 2 dicembre 2011 10:11 in News

Attenzione! Il ritardo ti uccide

Da Durban, Associazione A Sud

 Si conclude la 17° Conferenza Onu sul clima di Durban, Sudafrica. Dopo due settimane di lavori il solo commento possibile è che l'obiettivo numero uno, ovvero la riduzione di emissioni, è fallito. Kyoto scade tra un anno e  non c'è consenso su un nuovo regime vincolante.

Unico impegno: la continuazione delle negoziazioni per arrivare ad  un patto entro il 2015, la cui validità potrebbe partire dal 2020. Decisamente troppo tardi per la scienza – che parla del picco massimo entro il 2015 – e per evitare la catastrofe, ovvero un aumento della temperatura media di circa 4°c (7 in  Africa) l'inabissamento di molti stati insulari e di migliaia di km di coste, desertificazione, eventi climatici estremi, e  350mila vittime l'anno destinate ad aumentare, di cui fanno parte anche le vittime delle alluvioni italiane di questo autunno.

Due anni fa alla Cop15 di Copenaghen erano presenti tutti i capi di Stato e ripetevano che i cambiamenti climatici sono la più grande minaccia per l'umanità. Solo due anni dopo e a situazione ambientale non certo migliorata, a Durban i capi di stato sono assenti e sui giornali quasi ovunque si parla solo di spread e debito, cancellando dalle prime pagine i rischi del caos climatico e le possibili alternative. Anzi, la crisi climatica è diventata spudorata occasione di speculazione per i mercati e la finanza, attraverso i noti meccanismi di carbon trade e redd+. Sullo sfondo, l'occasione fornita dalle grandi potenzialità economiche della green economy – non a caso strategico è il ruolo della Cina – venduta come ricetta per la febbre del pianeta ma in realtà benzina nel motore e nuova frontiera di espansione dello stesso modello di sviluppo che ha causato la crisi climatica ed economica.

Una scelta irresponsabile e disastrosa per le sorti dell'umanità. Dall'altra parte la scienza richiama l'attenzione sulla necessità di agire rapidamente. Movimenti sociali, sindacati, comitati, organizzazioni e associazioni presenti a Durban hanno offerto soluzioni concrete per transitare verso un modello basato sulla sostenibilità sociale ed ambientale. Riconversione industriale, democrazia energetica, agricoltura organica sono le proposte a cui i governi e le forze politiche dovrebbero dare seguito. Facciamo in fretta.

Stanno per seppellire Kyoto

di Giuseppe De Marzo, l'Unità,  9 dicembre 2011

“L’accordo vincolante è, oggi, fuori dalle nostre possibilità”, questa l’amara e drammatica affermazione del capo delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, intervenuto in conferenza stampa a Durban durante il vertice mondiale sul clima.

Le conseguenze politiche di questa affermazione dovrebbero far riflettere a lungo, scatenare talk show ed aprire immediatamente dibattiti politici sul presente ed il futuro della nostra governance globale. Nell’epoca della “crisi globale” tutto ciò passa invece in secondo piano, mostrando la debolezza della politica in questo passaggio storico. Ora è ufficiale, a tre giorni dalla conclusione della COP17 le Nazioni Unite abdicano davanti alla più grave crisi dell’umanità. Così l’unico accordo legale vincolante in scadenza il prossimo anno, Kyoto, sta per essere seppellito qui in Africa. Per gli africani presenti uno schiaffo in faccia durissimo. Si parla di aspettare almeno il 2020 secondo alcuni, Cina inclusa, o invece provare a riproporre almeno un Kyoto2 per arrivare al 2015, l’anno del picco delle emissioni. E suonano ancora più preoccupanti le parole del segretario generale delle Nazioni Unite quando dice che “il tempo non è dalla nostra parte. Il mondo ed i suoi popoli non possono accettare “no” come risposta a Durban. La scienza è chiara”. Ed allora ci domandiamo, se non sono più le Nazioni Unite a guidare e rappresentare il mondo in un momento così urgente e drammatico, chi lo dovrebbe fare?

Ban Ki Moon ha poi esortato i governi a mantenere almeno la parola data a Cancun sulla creazione di un Fondo Verde per aiutare le nazioni più colpite dagli impatti climatici, quasi sempre le più povere, e consentire con le nuove tecnologie di adattarsi per puntare ad un futuro sostenibile. Anche su questo, per ora, solo parole. Dunque, liberi tutti. Il capo delegazione Stern ha già fatto sapere insieme al ministro canadese di non essere disponibili alle riduzione delle emissioni sino al 2020.

A nulla evidentemente vale la scienza nel sostenere unanimemente che non abbiamo altri 10 anni. L’UE sta muovendo la sua diplomazia nell’estremo tentativo di mettere in campo una coalizione di “volenterosi” che possa da subito ed autonomamente riuscire a far fronte al caos climatico. Si pensa ai paesi dell’AOSIS, la coalizione dei piccoli stati insulari che rischiano di scomparire a causa dell’innalzamento dei mari, gli LDC, i paesi meno sviluppati e magari addirittura la Cina.

A questo punto non resta che sperare nella pressione internazionale e nella partecipazione della società civile globale per riuscire a supportare un accordo che sia vincolante, anche se diventa difficile davanti al silenzio di una stampa troppo legata ormai alle stesse lobby dell’inquinamento. Mancano tre giorni, facciamo presto.

 Finisce il vertice di Durban. Unica novità, il fallimento dell'Onu

di Marica di Pierri,  ilmanifesto.it , 9 dicembre 2011

Si conclude oggi a Durban il 17° vertice delle Nazioni Unite sul clima. Nessuna novità sostanziale è emersa rispetto alle grigie previsioni, salvo una: il definitivo fallimento del ruolo delle Nazioni Unite – Si conclude oggi a Durban il 17° vertice delle Nazioni Unite sul clima. Nessuna novità sostanziale è emersa in Sudafrica rispetto alle grigie previsioni. O meglio, anche se non sul clima, un elemento di rilievo c'è. E' il definitivo fallimento del ruolo delle Nazioni Unite e delle dinamiche negoziali multilaterali. Lo ha riconosciuto Ban Ki Moon non più tardi di due giorni fa, quando in conferenza stampa è stato costretto ad ammettere che stando così le cose l'Onu non ha le capacità di spingere gli Stati membri ad un accordo vincolante. Neppure su un tema di enorme urgenza come l'emergenza climatica, che rischia di mettere irreversibilmente in rischio gli equilibri ecologici del pianeta e in ginocchio i popoli. Nulla è deciso dunque, almeno nulla che serva concretamente a contribuire all'unico obiettivo necessario: ridurre le emissioni di Co2 per evitare la catastrofe e farlo in tempi certi. Il protocollo di Kyoto, ultimo baluardo normativo vincolante esistente, per altro di per sè già poca cosa, arrivava qui a Durban in agonia. Manca appena un anno alla scadenza, e la questione della sua prosecuzione è vitale. Dopo 10 giorni di lavori nell'International Conference Centre e nessun serio tentativo di terapia intensiva, Kyoto è già roba del passato, come ha dichiarato il rappresentante del governo del Canada, non a caso uno dei principali inquinatori. Il protocollo muore anzitempo e senza una successione definita.

L'intenzione dei governi è quella di ricondurre la crisi ecologica e climatica all'interno dei meccanismi e delle regole del mercato. Per questo si salutano le partnership bilaterali sulla cooperazione economica nel campo della green economy come base e futuro della sostenibilità. Come avvenne a Cancun durante la 16° Cop, anche qui nessuna decisione è venuta fuori dai tavoli ufficiali, tutto si decide negli incontri e nelle cene organizzate a margine delle trattative. Ma non è costruendo eserciti di vetture ecologiche che salveremo il pianeta, anzi. C'è bisogno di tagliare le emissione e secondo sindacati, movimenti e organizzazioni sociali questo può accadere solo con un cambiamento radicale di modelli produttivi e stili di vita.

 Gli ultimi 4 giorni di negoziazioni sono stati caratterizzati dalla presenza dei rappresentanti governativi, circa 130 i ministri arrivati, mentre appena  12 sono i capi di stato arrivati a Durban, neppure uno del G20. I paesi dell'ALBA, l'Alleanza Bolivariana per le Americhe, hanno chiesto uno sforzo maggiore ai paesi  industrializzati e un sistema di controlli per garantire il rispetto degli impegni assunti. Gli stati insulari e l'Africa hanno sottolineato la situazione di  grande vulnerabilità in cui la crisi climatica costringe i loro territori: destinati ad essere rispettivamente sommersi o desertificati con conseguenze  devastanti a livello ambientale e sociale. Senza dimenticare che il clima causa la morte di 350mila persone ogni anno, oltre che crescenti e  sempre più drammatici flussi migratori. Lo hanno chiaro molti dei 193 paesi qui rappresentati, ma non in grado di far ascoltare la loro voce. Lo ha  chiarissimo la scienza, che parla del limite del 2015 per il picco delle emissioni. Lo ignorano invece i governi che hanno tirato fuori come date il  2015 o addirittura il 2020 per l'avvio di un accordo vincolante. Speriamo di no, perché sarebbe già troppo tardi.

 

La Cina disposta ad un accordo. Ma se ne riparla nel 2020

di Marica Di Pierri, il manifesto, 8 dicembre 2011

 Superato ormai il giro di boa dei tavoli tecnici il Vertice sul clima di Durban si avvia alla chiusura, prevista per venerdì. Da martedì scorso al Conference center di Durban si è entrati in quello che definiscono l'High Level Segment: l'ultima fase delle negoziazioni. Quella di alto livello appunto, durante la quale alle equipe di negoziatori si uniscono le rappresentanze dei governi che da due giorni stanno giungendo nella città sudafricana. Rispetto a due anni fa, a Copenaghen, quando a presenziare alla 15ma Cop c'erano quasi tutti i presidenti, potenze mondiali comprese, Obama era appena stato eletto e i messaggi di avvio ripetevano che quella climatica era la più grande minaccia da affrontare, qui a Durban i governi paiono aver dimenticato che se di emergenza si trattava, l'urgenza di affrontarla è ormai non rimandabile.

 Ad arrivare in questo angolo di Africa per prendere parte ai lavori sono infatti questa volta solo 130 ministri (su quasi 200 nazioni presenti) e appena 12 capi di stato, non proprio dotati di capacità di incidenza sugli equilibri mondiali: Repubblica Centrafricana, Etiopia, Gabon, Congo, Senegal, Nauru, Honduras, Samoa, Monaco, Fiji e Norvegia, unico capo di stato del vecchio continente. Per le grandi potenze, da qui è chiaro, non è dunque prioritaria l'assunzione di responsabilità e di concrete misure per fronteggiare una crisi che causa oltre 300.000 morti ogni anno e che fino ad ora ha prodotto 50 milioni di profughi climatici. Crisi, lo dice la comunità scientifica, che se non affrontata può condannarci in breve tempo a uno scenario ben più tragico di quello che già oggi ci regalano gli incalcolabili disastri cui assistiamo in tutto il mondo, dall'Europa ai tropici.

È per questo che da dieci giorni i rappresentanti delle organizzazioni sociali e dei movimenti presenti a Durban , pur con i modesti numeri presenti, denunciano un atteggiamento che considerano scandaloso e irresponsabile e ripetono che il caos climatico esige risposte immediate. Lunedì scorso lo stesso Nicolas Stern, autore del famoso rapporto sull'economia dei cambiamenti climatici, ha convocato una conferenza stampa avvertendo che nei prossimi 40 anni dobbiamo ridurre le emissioni dal livello attuale di 50mila milioni di tonnellate annuali a meno di 20mila milioni, per avere la possibilità di mantenere l'aumento di temperatura entro i 2°. Nel frattempo le emissioni continuano a crescere. Solo nel 2010, anno record, sono cresciute di un 5,9% rispetto al 2009. Nell'ultima decade, la crescita è del 3% medio annuale, contro l'1% degli anni '90.

L'emergenza rimossa. Ma la scienza  senza un'inversione di tendenza immediata sarà caos già nel 2015 Molti delegati ai microfoni della Cop parlano del 2020 come data limite per nuovi accordi. È il caso della Cina che, unica debole novità rispetto alle previsioni, si è detta disposta ad un accordo vincolante a partire dall'inizio del prossimo decennio. Cioè tra nove anni. Una enormità ed una amenità, considerato che per la scienza se entro il 2015 non tagliamo consistentemente le emissioni saremo giunti ormai al punto di non ritorno. Ieri, nello spazio dei popoli dell'università, si è parlato di due questioni centrali – e connesse – nel dibattito sulle emissioni: il massiccio utilizzo di combustibili fossili e la necessità di immaginare un futuro post-carbon. La rete internazionale Oilwatch, che monitora l'estrazione petrolifera in tutti i continenti, ha diffuso una dichiarazione in cui mette assieme i pezzi di un ragionamento che ha eco e gambe in molte regioni del mondo. L'attuale agenda energetica, sostiene, continua a porre freni allo sviluppo delle energe pulite, decentralizzate e di basso impatto; sacrifica la produzione di cibo alla produzione di agrocombustibili; costruisce immense dighe distruggendo bacini idrici per i profitti delle società elettriche; propone il ritorno al nucleare; giustifica campagne militari nei luoghi di giacimento degli idrocaruri. Ma abbiamo opportunità migliori. Abbiamo bisogno di pratiche, tecnologie e attività per ricostruire una interconnessione armonica tra sovranità energetica e alimentare, permettendoci il salto necessario per lo sviluppo di forze produttive costruttive che riportino le attività umane entro i limiti fisici ed ecologici del pianeta. Questa la ricetta. L'unica possibile. L'augurio è che i cuochi non sbaglino menù, o potrebbe trattarsi per tutti dell'ultima cena.

 

Caro ministro, il caos climatico non aspetta

di Giuseppe De Marzo,  l'Unità , 7 dicembre 2011

 Se ci atteniamo alle parole del ministro dell’ambiente italiano Corrado Clini, c’è da essere davvero molto preoccupati. «Durban sarà una missione esplorativa sulle modalità per trovare più avanti un accordo»: questa la dichiarazione del ministro rilasciata in un convegno prima del suo arrivo qui a Durban. Signor Ministro, noi non ci possiamo permettere di rimandare, non abbiamo tempo. Il nostro pianeta ed il nostro clima rispondono alle leggi della fisica e non a quelle dell’economia stabilite dalle banche e dalle multinazionali. Sono il sistema economico ed il modello di sviluppo che devono velocemente adattarsi e non viceversa. Se non lo capiamo, non ne usciamo. Il caos climatico non aspetta e se ne frega dei giudizi delle agenzie di rating.

Le irresponsabili parole del ministro sono l’esempio lampante dello scontro in atto qui al Summit mondiale sul clima. Sono passati venti anni da quando i governi e le istituzioni sovranazionali si sono assunti il dovere di tirare fuori l’umanità dal rischio catastrofe a cui il sistema economico estrattivista e produttivista ci esponeva. Dopo venti anni siamo immersi nel caos climatico ed economico e c’è ancora chi pensa come il nostro governo di rimandare, privilegiando gli interessi economici di pochi.

Questo il «clima» qui a Durban, dove continua a mancare la volontà concreta di salvare il patto di Kyoto, unico strumento per imporre misure vincolanti ad i grandi inquinatori. E questo nonostante le aperture della delegazione cinese, disponibile a patto che i paesi industrializzati si assumano maggiori tagli in virtù delle responsabilità storiche per i 200 anni di precedente industrializzazione che ha garantito sviluppo ed egemonia economica ai grandi inquinatori del nord del mondo, Usa su tutti. Del resto, come dargli torto?

Ma in questo clima di sfiducia e tatticismo sono diversi i governi pronti a rassicurare corporation e banchieri sul fatto che nulla cambierà nel breve e medio periodo, domani chissà. Il presidente sudafricano Zuma, ad esempio, ha incontrato ieri 500 uomini d’affari del settore del carbone. Le multinazionali sudafricane producono il 90% dell’energia elettrica di tutta l’Africa sub sahariana attraverso il carbone ed ovviamente di riconversione e di riduzione delle emissioni non vogliono sentire parlare. Troppo alti i profitti ed il controllo sul mercato. Ed anche la barzelletta della difesa dei posti di lavoro non regge più. È ormai diffusa la consapevolezza che con la riconversione energetica si creerebbero almeno 14 volte più posti di lavoro che con il sistema centralizzato energetico basato sui fossili.

 

La visione dei popoli sulla giustizia sociale e ambientale

di Vilma Mazza su globalproject.it ,  7 dicembre 2011

 Da un punto di vista formale la Cop17 sta entrando nella fase finale con l'arrivo ridotto al minimi termini di capi di stato e ministri. Anche le delegazioni ufficiali ben poco rappresentative già la dicono lunga sul senso di questa edizione della Conferenza i cui esiti si proiettano già alla prossima edizione nel Qatar (paese con un tasso d'emissione procapite fra i più alto del mondo a proposito della simbolicità dei luoghi della Cop…). I commentatori raccontano la posizione del Canada che afferma che il Protocollo di Kyoto è il passato, della Cina a parole disponibile a limitazioni vincolanti nella discussione sul post-Kyoto sempre che anche gli Usa la accettino. Una posizione, quella cinese spiegabile più con la necessità di salvaguardare un ruolo predominante  (come ad esempio quello nel settore delle produzione di materiali per gli impianti fotovoltaici) con i paesi Bric e con i 77, che con un impegno reale rispetto al surriscaldamento climatico.

Vista dal Sudafrica l'Europa appare ancora più in crisi e ai margini. Questo ci riporta alla necessità della discussione aperta nei movimenti perchè si costruisca una dimensione politica ben diversa dall'Eurozona monetaria e capace invece di mettere al centro i beni comuni e scelte alternative nel modello produttivo e sociale fuori e contro i dai diktat della finanza.

La Cop di Durban ci mostra come la stessa struttura della conferenza sia un teatro con attori che recitano un copione scritto altrove nella ridefinizione dei ruoli all'interno della crisi globale. Un copione che si basa sulla trasformazione in merce di scambio nelle transazioni finanziarie del destino climatico del pianeta. Un copione inacettabile.

Di fronte a questo scenario si fa più forte e fondamentale la necessità di un pensiero e una prassi nei movimenti a livello globale che dentro la critica alla gestione capitalistica della crisi, dentro l'affermazione che noi siamo il 99% sappia assumere fino in fondo il terreno della crisi ecologica e della costruzione di una comune alternativa energetica e di modello di produzione, distribuzione e consumo.

Temi questi che vanno affrontati a tutto campo a livello locale e globale.

La discussione proposta dal seminario di Rigas è un contributo in questo senso per costruire i nessi tra giustizia sociale, ambientale. Alla discussione hanno partecipato Trevor Ngware (Energy sovereignty movement, South Africa), Ivonne Yanez (Oilwatch, Accion Ecologica, Ecuador), Nimmo Bassey (Friends of the Earth international- Rights Action) Leah Temper (Universidad Autonoma de Barcelona, Spain), Giuseppe de Marzo (A Sud – Rigas), Raffael Quispe (Conanaq Bolivia), Vilma Mazza (Ya Basta – Rigas)

Per vedere i video del seminario clicca qui

 

E in Nepal si costituiscono gli ecorifugiati

 
di Giuseppe De Marzo,  su L'Unità,  5 dicembre 2011
 
 Se persino il tetto del mondo è a rischio la questione è davvero seria. Oggi a Durban è di scena la montagna e gli effetti su di essa del cambio climatico. Al centro dello studio condotto dal progetto SHARE – Stations at High Altitude for research on the environment- c’è l’Himalaya, la catena di montagne più alta al mondo, per certi versi la più affascinante.
Da sempre l’uomo è legato nel suo immaginario alle vette di questa parte di globo così misteriosa ed allo stesso tempo indispensabile per il corretto funzionamento del nostro ecosistema. Il progetto promosso dal Comitato Ev-K2-Cnr si basa su un accurato studio condotto dal 2006 al 2010 per monitorare e verificare gli impatti del caos climatico. La stazione Nepal Climate Observatory- Pyramid, ad uno quota superiore ai 5000 metri di altezza ai piedi del gigante Everest, ha registrato cambiamenti gravissimi causati dai gas inquinanti e climalteranti. Dalla stazione globale, che fa parte del Global Atmosphere Watch dell’Organizzazione Mondiale Meteorologia, i risultati sono inequivocabili: Ozono +30%, black carbon +300%. Dati sconvolgenti che dimostrano come vi siano stati troppi picchi di inquinamento per lunghi periodi dei cinque anni di monitoraggio. Si parla di 164 giorni di inquinamento acuto, quasi il 10% di tutto il periodo di studio del progetto di ricerca.
L’ozono troposferico è uno dei gas serra più pericolosi, mentre le particelle di “carbone nero” sono in grado di accelerare lo scioglimento dei ghiacciai. Com’è stato possibile inquinare con questo mix letale persino il tetto del mondo, nonostante l’enorme cura utilizzata dai suoi abitanti locali? Semplice, il nostro ecosistema si fonda sulla reciprocità e l’interconnessione della vita. Per cui i monsoni non possono fare altro che trasportare le nubi inquinate da particelle e gas che provengono dalle aree industriali dei paesi dell’Asia del sud. Se lo sviluppo su cui ci basiamo ha come conseguenza generare impatti così pericolosi e se si supera la capacità di autorigenerazione del pianeta, il nostro “spread” ecologico-sociale schizza alle stelle. Le conseguenze in questo caso potrebbero essere quelle di dare un colpo mortale all’ecosistema delle grandi catene montuose e di conseguenza a noi stessi. È curioso che oggi grazie (o a causa?) all’informazione dei grandi media, i cittadini conoscano il significato della parola “spread” mentre ignorano le ragioni della crisi e le conseguenze sulle loro vite dei cambiamenti climatici. Le popolazioni locali della regione del Mustang, in Nepal, hanno chiesto lo status di rifugiati ambientali a causa delle mutate condizioni che stanno distruggendo la loro economia locale. Domani qui a Durban speriamo che i capi di Stato e le delegazioni governative che arriveranno sappiano far prevalere queste ragioni su quelle dei grandi inquinatori globali.

La Cina dice sì ai vincoli sul clima. Ma con gli Usa

di Giuseppe De Marzo,  l'Unità,  6 dicembre 2011

 Questione di picco. Su questo c’è un consenso unanime, la data fissata per il picco di emissioni deve essere il 2015. Se l’anno successivo invece che diminuire aumenteranno non potremo tornare indietro. La febbre della Terra salirebbe di oltre 2 gradi centigradi, il famoso limite fissato da tutti nelle precedenti COP tenutesi a Copenaghen ed a Cancun. I meccanismi di adattamento, mitigazione e compensazione non basterebbero a contenere la catastrofe, piaccia o meno alle Banche Centrali, agli Spread, alle Agenzie di Rating o ai Governi dei grandi inquinatori. E' con questa scomoda verità dovranno fare i conti da oggi i 17 capi di Stato ed i 130 ministri attesi. Rispetto agli altri vertici un fallimento, visto che tra i capi di governo presenti nessuno è europeo, né rappresenta qualcuno dei grandi inquinatori planetari o dei paesi emergenti. Più che un segnale, la prova del disimpegno completo su una questione definita sino a due anni fa “la minaccia più grave per l’umanità”. La percezione anche all’interno delle stesse delegazioni governative qui a Durban è che il “business” e la geopolitica siano ormai il vero ostacolo per cambiare la rotta. Un deterrente così forte da lasciare a casa la politica ed impedire la costruzione di una strategia capace di dotarsi di una visione generale e di un piano d’azione immediato e vincolante per rispondere ai drammi del caos climatico.

Non c’è altra spiegazione che possa giustificare l’assenza dei principali capi di Stato, visto che la minaccia in questi due anni non è stata sconfitta anzi, è diventata molto più reale e miete oltre 350 mila vittime all’anno, senza parlare dei danni economici senza precedenti (ne sappiamo qualcosa ormai anche noi italiani). A questo punto diventa fondamentale salvare Kyoto, in scadenza nel 2012, cercando di prorogare l’unico accordo che fissa un limite vincolante alle emissioni di gas climalteranti. La Cina si è detta disponibile a patto che lo facciano anche gli USA, anche se appare quasi impossibile che questi ultimi decidano di farlo.

Per ora l’unica cosa decisa qui a Durban è il luogo della prossima COP18: sarà il Qatar, uno dei paesi con l’emissione procapite più alta al mondo e sicuramente tra quelli meno intenzionati ad abbandonare l’era del petrolio. A parlare invece dell’età del sole sono arrivate le delegazioni di Via Campesina da tutto il mondo per partecipare al “people space”, lo spazio dei popoli all’Università dove si riunisce la società civile. Albero Gomez, coordinatore internazione dell’organizzazione che raggruppa oltre 600 milioni di contadini denuncia come l’agricoltura industriale, le monoculture e l’accaparramento delle terre siano tra le principali cause dell’inquinamento planetario, degli sfollamenti e della perdita di decine e decine di milioni di posti di lavoro.

“Noi contadini del mondo vogliamo che l’agricoltura non sia oggetto dei tavoli di negoziazione. Abbiamo bisogno di agro ecologia per salvare il pianeta e non di agrobussiness”. Staremo a vedere, picco permettendo.

 

Foreste e clima: un appello dai popoli dell'Amazzonia

da www.salvaleforeste.it,  7 Dicembre 2011 

Un nuovo rapporto pubblicato da associazioni indigene peruviane, AIDESEP, FENAMAD e CARE, assieme alla Forest Peoples Programme (FPP), rivela l'impatto che i progetti REDD stanno già avendo sulla vita delle popolazioni indigene. In Perù i progetti pilota REDD gestiti da alcune ONG e da imprese stanno già minando i diritti dei popoli indigeni, e stanno portando a una vera e propria pirateria di carbonio, con la conseguenza di creare conflitti sulla proprietà della terra e per il controllo delle risorse. La protesta da parte delle associazioni indigene ha portato alla revisione di alcuni dei progetti, finanziati dalla Banca Mondiale, ma ancora mancano solide garanzie circa il rispetto dei diritti indigeni.

Roberto Espinoza Llanos, coordinatore del Programma Clima AIDESEP e uno dei principali autori del rapporto, spiega: “Gli impegni assunti dal precedente governo nel 2011 sono stati assunti dallo Stato e approvati in una riunione con la Forest Partnership Carbon Facility della Banca Mondiale. Ci auguriamo che il nuovo governo e la Banca Mondiale mantengano la promessa di rispettare i diritti territoriali delle comunità indigene”.

Il rapporto di AIDESEP e FPP sottolinea come, in mancanza di solide regole, in Perù si è giù formata una prospera pirateria di carbonio. I promotori dei progetti battono la foresta in lungo e in largo, cercando di convincere i popoli indigeni e le comunità locali di entrare in partnership con un progetto REDD, promettendo milioni di dollari in cambio della loro firma. Ma i dollari sono da vedersi, mentre la cede autorizza già il controllo dei territori tradizionali a terze parti. Molti di questi contratti prevedono clausole di riservatezza e non prevedono alcuna supervisione indipendente, né alcun supporto legale per le comunità indigene, che restano alla mercé dei pirati del carbonio: alcuni di questi popoli non parlano bene lo spagnolo, mentre si chiede di firmare complessi contratti commerciali in inglese (contratti sono soggetti alla legislazione inglese, che non conoscono). Molte comunità hanno firmato contratti capestro e ora tentano a fatica di svincolarsene. Un leader della comunità di Bélgica nel sud-est Perù spiegato: “… Ci hanno presentato con un fondo fiduciario e ora la comunità è costretta a cedere l'amministrazione del territorio comunitario ed è soggetta per 30 anni alle decisioni di chi gestisce il progetto…. Questo non ci consente di prendere decisioni sul nostro territorio o pianificare il futuro dei nostri figli. ”

Il fatto è che in Perù  molte altre comunità non hanno ancora ottenuto il riconoscimento del diritto alle loro terre ancestrali. Si stima che 20 milioni di ettari di territori comunitari indigeni nel paese ancora non siano riconosciuti ufficialmente, tra questi quelli degli indigeni ancora isolati, che non hanno ancora avuto contatto con l'uomo bianco. In virtù dei trattati internazionali sottoscritti dal Perù, tutti questi terreni dovrebbero essere riconosciuti come  possedimento tradizionali dei popoli indigeni. Ma nel frattempo fioriscono le richieste di 'concessioni conservazione' (con l'intenzione di creare progetti REDD) da parte dei privati e delle ONG ambientali. Molte di questi 'concessioni' si sovrappongono direttamente a territori dei popoli indigeni 'ancora in attesa di riconoscimento legale, in tal mod

o ponendo le basi per uno furto di terra autorizzato dalle autorità.

Ma le associazioni indigene non si limitano a indicare i problemi, hanno anche proposto soluzioni. Per questo hanno invitato il nuovo governo peruviano a ripensare i piani climatici e forestali e a utilizzare i fondi REDD per proteggere territori dei popoli indigeni della foresta e per sostenere progetti di protezione degli stock di carbonio basati sulla tradizioni delle comunità indigene.

Invece di sperperare il denaro per finanziare un instabile e pericoloso mercato finanziario del carbonio, sarebbe molto più utile alla protezione del clima globale l'erogazione di modesti e selezionati finanziamenti volti a garantire i diritti alla terra dei popoli indigeni e a supportare una gestione forestale sostenibile da parte della comunità.
Si tratterebbe di un approccio basato sul diritto e molto più efficaci in termini di resa, basati su collaudati sistemi di gestione forestale. Un approccio in grado di ridurre le emissioni e proteggere le foreste, ma anche di ridurre la povertà, assicurare la sicurezza alimentare e proteggere la biodiversità.

Crisi economica e ambientale: stessa origine. A Durban lo sanno?

di Federico Gasperini su greenreport.it, 6 dicembre 2011

La crisi economico-finanziaria e climatica-ambientale sono collegate e figlie dello stesso modello di sviluppo del quale si continua a dimenticare le criticità. Come scrive Antonello Pasini sulle pagine del Sole24ore «i due ambiti, quello economico e quello ambientale, devono relazionarsi armonicamente e svilupparsi insieme in maniera coordinata» e soprattutto devono convergere in modo simultaneo gli interventi per risolvere le crisi, che devono ovviamente essere improntati all'equità e alla sostenibilità sociale. Purtroppo l'impressione è che si proceda ancora una volta a velocità diverse e i due comparti vengano tenuti volutamente separati.

I governi dei Paese del nord del mondo, Europa in testa, in questo momento sono impegnati a trovare le misure per arginare il disastro finanziario che si è abbattuto sull'occidente (ma non è proprio un fulmine a ciel sereno). Vedremo se i provvedimenti strutturali che dovranno essere adottati riusciranno almeno nel medio periodo a sortire qualche effetto, ma c'è comunque consapevolezza di essere sul ciglio del baratro e per giunta senza paracadute. Consapevolezza che manca, almeno questa è l'impressione, ai Paesi (molti sono gli stessi) riuniti a Durban, in Sud Africa per l'annuale Conferenza mondiale indetta dall'Onu sul clima, che stanno affrontando (o meglio facendo finta di affrontare) l'altra emergenza, appunto quella climatica. Siamo solo all'inizio, ma il rischio che in Sud Africa si sarebbe discusso pesando le parole e aggiungendo dettagli a documenti privi di impegni cogenti, era nell'aria già alla vigilia e   purtroppo le prime notizie sono a conferma: sostanzialmente si sta già pensando a quali decisioni ed impegni procrastinare ad incontri successivi.

Peraltro i temi portati in discussione sono di assoluto rilievo per il futuro del pianeta: dal nuovo protocollo di Kyoto, all'accordo globale sul clima, al contributo economico al Green climate fund, istituito a Cancun che dovrebbe sostenere i paesi in via di sviluppo nella conversione all'energia rinnovabile e nelle misure di adattamento agli effetti del riscaldamento globale, con l'apporto di 100 miliardi di dollari l'anno. La necessità di decisioni strutturali immediate è stata ribadita da Rajendra Kumar Pachauri, economista e scienziato indiano, dal 2002 presidente del Panel internazionale sul cambiamento climatico (Ipcc). Durante un intervento alla Cop 17 ha avvertito i negoziatori sul clima che il riscaldamento globale sta portando ad un'impennata  dei costi umani e finanziari. Le conseguenze dei cambiamenti climatici anche con i risvolti locali sono sotto gli occhi di tutti e i fenomeni estremi, grandi ondate di calore e precipitazioni straordinarie, si succederanno sempre più frequentemente. Le zone costiere e le isole sono a rischio di inondazione a causa del riscaldamento globale, ha dichiarato il premio nobel- e nel giro di un decennio, fino a 250 milioni di persone si troveranno ad affrontare lo stress idrico. Inoltre le catastrofi climatiche hanno imposto pesanti oneri finanziari, insostenibili per alcuni paesi poveri. Ma per lo scienziato indiano la situazione non è irreversibile:  molti degli  impatti possono essere evitati, ridotti o ritardati a condizione che si intervenga subito riducendo le emissioni. Per stabilizzare le concentrazioni di carbonio nell'atmosfera- ha concluso Pachauri- sarebbe necessario rallentare la crescita economica dello 0,12 per cento l'anno, ma tali costi sarebbero compensati da un miglioramento della salute, da una maggiore sicurezza energetica e dei prodotti alimentari. Dalle notizie che arrivano da Durban, questo nuovo appello (tra l'altro su argomenti rafforzati dalle evidenze), pare cadere nel vuoto almeno per i Paesi occidentali. Addirittura pare che il Canada si voglia ritirare anticipatamente dal Protocollo di Kyoto, e la notizia a fatto andare su tutte le furie i paesi africani.

La lunga partita a scacchi è comunque iniziata, ma purtroppo è difficile che un Paese con un grande peso specifico come gli Stati Uniti  vicino alla scadenza elettorale, voglia dare il buon esempio e fare mosse indispensabili per il futuro del pianeta con risultati però riscontrabili nel lungo periodo, a fronte di “sacrifici” da mettere in moto subito.

Movimento globale e azione locale. E' quello che serve”

di  Marica di Pierri, da Ilmanifesto, 4 dicembre 2011

Ambasciatore della Bolivia presso le Nazioni Unite fino allo scorso luglio, Pablo Solon è stato per molti anni attivista impegnato nella difesa dei diritti umani e sulle questioni indigene ed ambientali. Quest'anno è stato il vincitore del Premio Internazionale per i Diritti Umani assegnato da Global Exchange. Lo incontriamo a Durban, in Sud Africa, dove è arrivato per seguire i lavori della conferena sul clima e tenere una serie di incontri con la società civile.

L'anno scorso eri a Cancun come negoziatore all'interno del vertice ufficiale, quest'anno ti ritroviamo qui allo “Spazio dei Popoli”. Cos'è accaduto?

Ho abbandonato le mie funzioni presso l'Onu circa sei mesi fa. La ragione di questa scelta è personale: l'età e le condizioni di salute di mia madre. Sono intimamente convinto che se non si è capaci di prendersi cura della propria madre non si può pensare di poter difendere la Madre Terra. C'è da dire che tornato in Bolivia ho trovato anche un'altra situazione difficile: il conflitto sulla costruzione dell'ormai nota autostrada che attraverserebbe il Tipnis -Territorio Indigeno e Parco Nazionale  Isiboro Sécure. Il Tipnis è un'area boschiva vergine straordinariamente biodiversa in cui vivono diversi popoli indigeni. Ho espresso chiaramente la mia contrarietà a quest'opera, chiarendo che il modo in cui veniva portato avanti il progetto non era coerente con la posizione internazionale assunta dalla Bolivia in riferimento ai Diritti della Madre Terra e dei Popoli indigeni. Credo fermamente nel lavoro che ha fatto la Bolivia negli ultimi anni a livello internazionale, ad esempio con la posizione assunta a Cancun e con i lavori della Conferenza dei Popoli sul clima di Cochabamba dell'aprile 2010, personalmente però posso impegnarmi a portare avanti negoziazioni solo se sono assolutamente sicuro che la coerenza con i principi in cui credo è assoluta.

Questa prima settimana di negoziazioni della Cop17 non fa prevedere nulla di buono per gli esiti finali. In base a ciò forse è il caso di chiedersi se siano summit come questi il luogo giusto per discutere e prendere decisioni su temi così urgenti e importanti.

Così come sono organizzati questi summit non possono affrontare efficacemente alcuna questione. Anzi, andiamo di male in peggio. Cancun è stata peggiore di Copenhagen e Durban sarà peggio di Cancun. Il tema di fondo è che i paesi industrializzati, che dovrebbero essere i primi ad elaborare proposte concrete per ridurre le emissioni, sono orientati ad assumere impegni insignificanti e non vincolanti, che finiranno di cuocere il pianeta e in particolare l'Africa. L'unico modo di ribaltare questa situazione è lo sviluppo di un movimento globale che metta in rete tutti, dai movimenti indigeni alle reti per la giustizia climatica, a movimenti come Occupy Wall Street e come gli indignados europei. In tal senso è certo importante l'azione locale, ma senza un'assunzione di responsabilità a livello globale non riusciremo a far fronte alla minaccia climatica.

Negli ultimi vertici è emersa la tendenza dei governi a voler finanziarizzare la crisi climatica, attraverso soluzioni giudicate false dai movimenti e che rispondono a logiche di mercato. I diritti della natura ai quali hai molto lavorato negli ultimi anni possono aiutare a fare in modo che la crisi venga affrontata e non utilizzata come ulteriore occasione di nutrimento per il sistema finanziario?
È esattamente così. Non contenti dei meccanismi di cosiddetto sviluppo pulito creati a Kyoto, i governi stanno adesso provando a creare un meccanismo di mercato per la gestione dei boschi che si chiama Redd e contemporaneamente a rafforzare i sistemi di mercato del carbonio.
È invece promuovendo i Diritti della Natura che possiamo riuscire a cambiare radicalmente approccio: se ci troviamo in questa situazione è perchè abbiamo trattato la natura come fosse un oggetto alla nostra mercè, da trasformare, inquinare, sfruttare. Dobbiamo tornare a riconoscerci come parte di un sistema, di una comunità complessa entro la quale non è possibile che ad avere diritti siano solo gli essere umani. Per ristabilire un equilibrio con la Madre Terra è necessartio che tutti gli elementi del sistema abbiano diritti.
Hai parlato della necessità di una articolazione globale dei movimenti sociali. Un dato interessante è che in questo momento la comunità scientifica e i movimenti dicono le stesse cose. Il grande assente è la politica. Quale credi possa essere il cammino da percorrere per arrivare ad un cambiamento reale?
Alla radice della crisi strutturale che viviamo e che include sia quella economica che quella ecologica c'è una causa chiara: è il sistema capitalista. L'1% della popolazione mondiale controlla le risorse di tutto il pianeta. Per risolvere i gravi problemi che abbiamo dobbiamo spezzare questo monopolio e l'unico modo per farlo è che il 99% recuperi il controllo sui governi, per arrivare a definire politiche di redistribuzione a favore della maggioranza degli esseri umani e a difesa e protezione del pianeta, l'unico che abbiamo.

Foreste e Clima, REDD

da: salvaleforeste.it
La scommessa per il proteggere il clima passa per le foreste. La deforestazione è responsabile di circa un quinto delle emissioni globali di gas serra. Questo progetto si chiama REDD, sigla che sta per “Ridurre le Emissioni Da Deforestazione e Degrado” (Reducing Emissions from Deforestation and forest Degradation). Alla base del REDD c'è l'idea di aumentare il sequestro di carbonio atmosferico proteggendo le foreste, attraverso un sistema di incentivi che renda “conveniente” mantenere le foreste intatte invece che buttarle giù.

La protezione delle foreste è una misura cruciale per contrastare il cambiamento climatico, dato che un quinto delle emissioni di carbonio sono dovute alla deforestazione. Inoltre aiuta a preservare la biodiversità, il suolo dall'erosione e le riserve di acqua dolce.

L'idea sarebbe buona, ma purtroppo il REDD è basato su processi finanziari, e dove ci sono soldi ci sono spesso interessi nascosti e corruzione. Alcuni paesi sviluppati puntano a farne un sistema per continuare a emettere carbonio, pagando piccoli contributi, e senza investire in tecnologie più efficienti. Anche grandi imprese hanno fiutato l'affare, e stanno puntando a impossessarsi dei terreni forestali che potranno godere di sussidi, togliendoli ai popoli indigeni e alle comunità locali. Gli incentivi rischiano di creare un nuovo assalto alla terra, ai danni delle comunità indigene, che per secoli hanno protetto la foresta. Numerose imprese puntano a ottenere sussidi per la distruggere le foreste, che invece il REDD dovrebbe proteggere: è il caso delle piantagioni di alberi, la cui espansione è una delle cause primarie della deforestazione in molti paesi tropicali.  

Permesso per inquinare

Il traffico dei crediti di carbonio, ossia il permesso di emettere carbonio nei paesi sviluppati a fronte dell'acquisto di aree protette nei paesi in Via di Sviluppo crea nuove minacce per le popolazioni indigene: il crescere del valore delle foreste che abitano attira nuove ondate di investitori e avventurieri, e minaccia i diritti indigeni sulle proprio terre. Tra i progetti finalizzati alla riduzione delle emissioni non vi sono solo iniziative di conservazione, ma anche piantagioni estensive di specie aliene a scopi produttivi (legno e carta), che spesso, dopo aver espulso le popolazioni
locali, provocano molti danni al suolo, alla stabilità del clima.

A Durban grande manifestazione, ma le trattative sono ancora in stallo 

 
di Marica Di Pierri su ilmanifesto.it,  4 dicembre 2011
 
Il vertice di Durban in cui si stanno decidendo le future politiche climatiche è ancora in fase di stallo. Ma la società civile organizzata è arrivata in forze soprattutto da Africa e America Latina. E ieri è scesa in piazza. Qui a Durban è domenica, e i lavori della Conferenza Onu sul clima sono fermi dopo la prima settimana di negoziazioni.

Una settimana piena di tavoli tecnici e di confronti tra negoziatori, da cui tuttavia nulla di sostanziale è ancora emerso. I principali punti in discussione, la prosecuzione del protocollo di Kyoto dopo il 2012 e la creazione del Fondo Globale per il Clima sono, dopo cinque giorni di lavori, praticamente al punto di partenza.

Sulla prima questione la settimana di lavori appena conclusa ha confermato la polarizzazione delle posizioni in due gruppi: da una parte Europa, G77 e anche la Cina che (quest'ultima a patto che i paesi industrializzati facciano lo stesso) spingono per un accordo che definisca precisi impegni a partire dal 2013; dall'altro lato la monolitica contrarietà ad ogni impegno da parte degli Stati Uniti, cui si sono uniti Australia, Giappone e Canada che mina i negoziati finalizzati alla ricerca di un accordo. Sulla seconda questione, il Green Cimate Fund, gli impegni pur generici presi giusto un anno fa a Cancun non sono stati confermati qui in Africa. Gli Stati Uniti chiedono che siano anche i paesi in via di sviluppo a contribuire al fondo, e i dibattito sembra aver intrapreso la strada di una contribuzione volontaria, che tradirebbe l'intenzione di stanziare cospicue somme per aiutare i paesi del sud a far fronte alle emergenze causate dal clima.

Per il resto i negoziati si concentrano su temi che per i movimenti sociali sono oggetto di denuncia più che di cronaca politica: molti sono infatti gli spazi di discussione dedicati a Redd e Carbon trade, venduti entrambi come soluzioni alla crisi climatica ma che non aiutano in alcun modo a ridurre le emissioni, vero ed unico obiettivo (disatteso) dei 17 vertici Onu che si susseguono, con una frequenza quasi annuale, da circa 20 anni. Nel frattempo la società civile, circa 2000 i delegati di organizzazioni sociali registrati presso il campus dell'università Kwuzulu Natal, si riunisce confrontando esperienze e discutendo di soluzioni concrete: sostegno alle economie locali ed all'agricoltura organica, investimenti per riconvertire l'economia creando posti di lavoro e assieme rispondendo efficacemente alla sfida posta dal clima; necessità di adeguare la normativa internazionale all'emergente questione dei profughi ambientali, potenziamento di una rete globale che lavori a doppia velocità – a livello locale e internazionale – sulla giustizia ambientale e sociale.

Sabato 3 dicembre si è celebrata in tutto il mondo la Giornata Globale di Azione sul Clima, arrivata alla settima edizione, che ha avuto il suo appuntamento principale proprio qui a Durban. Diecimila persone si sono ritrovate ieri mattina nel cuore della città per dare vita ad una lunga e colorata manifestazione che ha marciato per ore sotto un sole intermittente fino a giungere davanti al palazzo dell'Hilton che ospita i negoziati ufficiali. Un corteo animato dai canti delle delegazioni dei numerosi movimenti sociali nazionali presenti, dai sindacati ai senza terra, dal movimento di lotta per la casa alle organizzazioni contadine. Gli slogan chiedono giustizia ambientale e sottolineano l'urgenza di far fronte alla crisi del clima per smettere di “cucinare l'Africa”, intervallati da canti tradizionali dalla straordinaria forza suggestiva. La maggior parte dei manifestanti sono locali, ma non mancano delegazioni di altri paesi africani e dell'America Latina.

Esigua la presenza di delegazioni europee, di solito corpose, a testimoniare le scarse aspettative riposte in questo summit. “Siete italiani?” chiede un attivista nigeriano di Era, l'Environmental Right Action. “L'industria del petrolio produce distruzione ambientale e povertà ed è un fattore centrale nei cambiamenti climatici. L'Eni continua a distruggere i nostri territorio assieme alle altre compagnie petrolifere. In mezzo secolo il delta del Niger è stato totalmente distrutto, i diritti di 20 milioni di persone calpestati e il paradosso è che i vostri governi criminalizzano i miei connazionali che migrano verso l'Europa. E' una doppia violazione dei nostri diritti”.

Le migrazioni per cause ambientali e climatiche sono l'ultima beffa ai danni dei paesi più vulnerabili. E' un tema di cui si occupano molte reti internazionali. Anche Accion Ecologica, una delle maggiori organizzazioni ecologiste dell'America Latina, parla della necessità di andare oltre una economia basata sui combustibili fossili. “Attraverso l'osservatorio Oilwatch portiamo avanti da anni in tutto il mondo una campagna contro le estrazioni petrolifere. Proponiamo la conservazione del greggio nel sottosuolo. Il petrolio è destinato a finire. Abbiamo il dovere di immaginare una transizione e il diritto di pretenderla da subito. Distruggere delicati ecosistemi, continuare ad inquinare l'atmosfera, i territori, l'acqua – ancor più con la tremenda crisi ecologica e climatica che stiamo vivendo – è una scelta miope contro la quale dobbiamo attivarci. ”

Una analoga prospettiva di transizione è espressa dai rappresentanti della Rete Italiana per la Giustizia Sociale ed Ambientale presenti in Sud Africa “siamo convinti della necessità di organizzarci a livello globale ma contemporaneamente crediamo sia fondamentale portare avanti nelle nostre città processi di articolazione tra attori diversi – amministratori, sindacati, forze produttive, società civile – che rendano socialmente desiderabile un cambio di rotta. Che poi, ad essere sinceri, è l'unica via possibile per salvarci”, precisa Giuseppe De Marzo, di A Sud. La consapevolezza che siamo tutti strettamente legati in questa vertenza globale sul clima è presente nei vari spezzoni del corteo e nelle aule in cui si discute e ci si confronta: “o vinciamo questa sfida assieme o tutti assieme ne pagheremo le gravissime conseguenze” – chiosa Trevor, sudafricano del movimento per la sovranità energetica. Il pianeta è uno, sottintende. Anche la comunità che lo difende deve dunque essere una, e globale.

Occupy earth contro i grandi inquinatori

di Giuseppe De Marzo su l'Unità del 3 dicembre 2011

“Jikelele, jikelele”, circondiamo il mondo, circondiamo il mondo. Cantano le donne africane in lingua Zulu, mentre marciano per la giustizia ambientale. L’appuntamento è nello “speak corner” dinanzi alla sede ufficiale del COP17, nel cuore di Durban.

Striscioni e manifesti con su scritto “occupy earth” riprendono lo slogan della protesta mondiale che con la sua onda di indignazione ha raggiunto i quattro angoli del globo. La contrapposizione è enorme tra il gigantesco Hotel Hilton che domina la conferenza ufficiale del COP17 e la piazza colorata dai canti e dalle rivendicazioni delle donne contadine. Si definiscono le guardiane dei semi, della Terra e della vita. Cantano e ballano perché è questa una delle forme di resistenza attiva. Emily, del “Land access moviment” – il movimento per l’accesso alla terra, ci racconta come in realtà nelle parole di ogni loro canzone sia nascosto un messaggio di resistenza e speranza. Un’eredità dell’apartheid: “ci potete picchiare, arrestare, ammazzare, ma continueremo a lottare ed andare avanti per vincere”, questo gridavano ieri, questo ripetono incessanti oggi. Lo sfruttatore razzista del terzo millennio ha preso oggi le sembianze del modello di sviluppo che provoca il caos climatico e sociale.

Nel frattempo all’interno del palazzo ufficiale va in scena la contrapposizione sulla quale rischia di rimanere impiccato il pianeta. I due temi al centro dello scontro sono l’accordo di Kyoto, in scadenza nel 2012, e la costituzione del Fondo Verde per le azioni di mitigazione, adattamento e compensazione dei danni ambientali. Sul primo punto da una parte ci sono i grandi inquinatori, Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone, indisponibili ad un accordo di Kyoto bis con impegni vincolanti sulla riduzione delle emissioni; dall’altra i paesi più piccoli, raggruppati dal G77, ai quali si affiancano l’Europa ed il gigante Cina, disponibile a condizione che anche gli USA accettino i vincoli del trattato.

Il fatto che senza un’azione radicale ed incisiva immediata come richiesto dalla scienza e dai movimenti la temperatura del pianeta salirebbe di oltre 4 gradi nei prossimi decenni e di due gradi a breve, con conseguenze catastrofiche, non sembra turbare più di tanto i negoziatori nella conferenza ufficiale. Sulla costituzione del Fondo Verde promesso al COP16 di Cancun, sembrano evaporare le promesse di Obama che intendeva stanziare 100 miliardi ogni anno sino al 2020 per far fronte alle catastrofiche conseguenze dei cambi climatici. Non c’è intesa sulla quantità di fondi e su chi li debba mettere, ma soprattutto c’è grande dissenso sul fatto di affidarli proprio alla Banca Mondiale, tra i principali responsabili della crisi economica e ambientale con i suoi prestiti alle grandi multinazionali estrattive e sulla politica miope verso le comunità locali. E poi c’è sempre la “crisi” con cui farsi scudo, qualora qualcuno ricordi gli impegni presi. È proprio vero che di crisi si può anche morire. Jikelele, jikelele, prima che sia tardi.

 

La conferenza sul clima si mette in moto a rilento

di Marica Di Pierri su il  manifesto.it del 2 dicembre 2011

L'organizzazione mondiale per la meteorologia, agenzia delle Nazioni Unite, ha diffuso le sue preoccupazioni sull'aumento delle temperature. Dalla metà del 19° secolo il decennio più caldo è stato quello appena finito

L'aria di Durban è pesante. Il cielo non è terso; del resto si tratta di uno dei maggiori poli petrolchimici del continente africano. Appena atterrati in aereoporto le pareti, i pavimenti, persino i soffitti danno il benvenuto ai delegati che arrivano alla spicciolata per la Conferenza Onu sul Clima.

Un cartellone gigantesco affiancato al poster del vertice dice: “Better Mining, Better People”. A destra campeggia lo sguardo luminoso e sorridente di un minatore di colore che sembra felice. L'audace campagna pubblicitaria è di una impresa mineraria anglo-sudafricana, complice del regime di apartheid che ha mortificato la dignità degli abitanti di questo paese fino a venti anni fa. Proprio qui, lunedì, ha preso il via la 17° Conferenza delle parti dell'Onu sul Clima.

Dopo quattro giorni di lavori le novità non sono molte. Ieri il Wmo, l'organizzazione mondiale per la meteorologia, agenzia delle Nazioni Unite, ha diffuso le sue preoccupazioni sull'aumento delle temperature. Dalla metà del 19° secolo il decennio più caldo è stato quello appena finito, i livelli sono tali da allarmare la scienza che ammonisce: o si agisce in fretta o sarà difficile contenere entro la soglia di 2° l'aumento della temperatura globale. Di tale avviso, oltre al Wmo sono anche l'Ocse, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e l'IPCC, l'Intergovernative Panel on Climate Change.

La segretaria della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – UNFCCC – Christiana Figueres, ha in tal senso richiamato l'attenzione sugli impegni dei paesi industrializzati, definendoli “la vera questione centrale di questo summit”. É chiaro alla scienza, alle organizzazioni sociali e a molti dei governi del G77 che occorre un impegno concreto che vada oltre gli interessi nazionali e cerchi una soluzione reale a un problema che è globale e che minaccia tutti, paesi del nord del mondo compresi. Un auspicio espresso varie volte dalle organizzazioni sociali arrivate fin qui per partecipare alle giornate di discussioni e di mobilitazioni parallele al vertice ufficiale. Le reti internazionali che lavorano sulla giustizia ambientale e climatica denunciano che nell'ambito del vertice ufficiale si sta discutendo di poco: dei Redd+ ad esempio, e delle altre false soluzioni messe sul tavolo da governi durante gli ultimi inconcludenti vertici.

Se nell'individuazione e applicazione di misure concrete i tempi sono dilatati e non certi, gli effetti degli sconvolgimenti climatici sono invece immediati, e gravi. Minacciano già oggi la vita di milioni di persone in tutto il mondo, specialmente delle comunità rurali. Lo hanno testimoniato le donne riunite ieri per l'apertura della 2° assemblea delle donne contadine africane, che si concluderà sabato nel campus dell'università. La sovranità alimentare non è solo un diritto, è anche una soluzione per raffreddare il pianeta, hanno ripetuto, riprendendo il lemma de La Via Campesina.

Le mobilitazioni entrerranno nel vivo sabato, mentre i negoziati con i delegati dei governi inizieranno il prossimo 6 dicembre. Nei prossimi giorni saranno centinaia di negoziatori a sedersi ai tavoli per preparare il round finale. “Speriamo che sul tavolo mettano anche dell'arrosto, oltre al solito fumo” dice un attivista del C-17, il comitato sudafricano della società civile che coordina le attività delle organizzazioni sociali. Staremo a vedere.

Le contadine e l'apartheid ambientale

di Giuseppe De Marzo su L'Unità del 2 dicembre 2011

Un’aria torrida ci avvolge appena arrivati a Durban, Sudafrica. Nella città che ospita la COP17 sul clima, gli effetti delle mutazioni climatiche sono una realtà con cui convivere per i 3,5 milioni di abitanti ammassati nel principale centro petrolchimico africano.

In Sudafrica, il paese che ha dato i natali a Mandela, uno su due è povero ed uno su sei vive negli slum. Qui a Durban il dato è peggiore, se possibile. Uno su tre vive nei ghetti, dove la disperazione ha il colore nero e mostra la faccia di un paese ancora fermo al bivio tra democrazia ed apartheid.

Il polo petrolchimico non ha prodotto sviluppo, forse altrove. L’unica relazione tangibile sta nel fatto che molti container vengono rubati dal porto per farci delle baracche per i poveri. La segregazione economica è tangibile più che mai ed il caos climatico si abbatte impietoso nelle vite di chi non riesce a garantirsi un alloggio sicuro. La notte prima dell’inaugurazione del COP17 come una amara beffa si è abbattuta una tempesta tropicale che ha fatto 9 morti nello slum chiamato Kwamamsuthu.

Qui è normale, ci dicono. Si chiama razzismo ambientale l’ultima forma di apartheid. In Africa i poveri pagano due volte il prezzo della crisi: la prima perché non accedono ai servizi basici minimi e la seconda perché colpiti più di tutti dagli sconvolgimenti climatici. Alla conferenza sul clima è fortissima la denuncia degli attivisti, delle comunità, degli intellettuali e degli scienziati del continente dove ha avuto origine la vita.

Se in tutto il mondo la paura di essere dinanzi ad una crisi irreversibile comincia a farsi sentire a suon di disastri, in Africa le simulazioni sull’aumento medio della temperatura, qualora non ci fosse una inversione di rotta, indicano una situazione apocalittica: +8 gradi in questo secolo. Questo il tema al centro dell’assemblea delle donne contadine africane che si sono incontrate nell’università Kwazulu-natal, che ospita gli incontri delle delegazione della società civile di tutto il mondo. Le conseguenze catastrofiche in termini economici, alimentari, sociali, migratori, dovrebbero indurre al buon senso i delegati dei 190 governi presenti.

Del resto l’organizzazione metereologica dell’ONU – wmo, ha affermato come il 2011 ha chiuso la decade più calda dal 1850. Per ora, questo non sembra avvicinare le distanze tra i principali inquinatori ed il resto della comunità internazionale. Anzi, l’unico accordo in piedi, Kyoto, è a rischio. La scienza e la società civile insistono sulla necessità di azioni strategiche e non emergenziali. L’inerzia dei cambiamenti climatici produce un aumento della temperatura che non può essere fermata immediatamente. Per questo avremmo bisogno di azioni preventive. Tappare i buchi non serve più.


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<!–:it–>L’EMERGENZA CLIMATICA E LATITANZA DELLA POLITICA. GUARDANDO A DURBAN <!–:–><!–:en–>Climate emergency and political inaction. Looking al Durban. <!–:–>

lunedì, 21 novembre 2011 14:25 in News

Dal 28 novembre al 9 dicembre a Durban (Sud Africa) si terrà il 17° vertice della Nazioni Unite sul clima per affrontare la più grave minaccia pende sull’umanità, quella del global warming che tanti sconvolgimenti sta creando sul pianeta. L’associazione “A Sud”, partner della 3° Conferenza internazionale sulla decrescita Venezia 2012, sarà a Durban durante i lavori del vertice Onu in rappresentanza di Rigas, la Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale, per partecipare ai momenti di discussione e mobilitazione della società civile, portatrice di proposte ed esperienze concrete. Ecco il suo documento. 

I precedenti vertici sul clima, Copenhagen e Cancan sono falliti per la chiara mancanza di volontà politica da parte dei governi di mettere in atto misure concrete per ridurre i gas clima alteranti e invertire la tendenza prima che sia troppo tardi. Anzi, Copenaghen e Cancun hanno dimostrato come tutto, anche l'emergenza climatica che causa 300.000 morti l'anno (un numero sempre maggiore dei quali sono nostri concittadini, come dimostrano i tragici fatti di Genova) e spinge decine di milioni di persone a muoversi per ragioni ambientali, può essere utilizzato come ingranaggio del sistema capitalistico che di tutto si nutre. Ed ecco imporsi nelle negoziazioni gli strumenti di finanziarizzazione della crisi ecologica: Carbon trade, Redd+, geoingegneria. Ulteriori fonti di speculazione mentre le cause degli stravolgimenti climatici restano non intaccate e gli eventi climatici estremi continuano ad aumentare di frequenza ed intensità.

Ci sono due malintesi di fondo che è bene svelare. Uno è pensare che la questione degli stravolgimenti climatici è molto lontana da noi, che si riferisce a cicloni tropicali o alla desertificazione in Africa. Non è così. Le alluvioni continue che subisce il nostro territorio devono farci aprire gli occhi sugli effetti debordanti che gli sconvolgimenti del clima hanno anche in casa nostra. E in tal senso è necessario che la nostra politica, i governi come le opposizioni, affrontino questi temi, prendano delle posizioni ed elaborino proposte per fermarli, gli squilibri del clima. Per ridurre le emissioni di Co2 investendo nella riconversione industriale, nei trasporti di massa, in un modello energetico diffuso basato sulle energie rinnovabili.

L'altro malinteso riguarda le priorità di intervento messe in campo dai governi per il preteso “sviluppo” dei territori e dell'intero paese, spesso col plauso dell'opposizione. Un esempio su tutti: si preferisce investire denari pubblici e anni di propaganda sulla costruzione dell'improbabile e costosissimo ponte sullo stretto piuttosto che investire nella messa in sicurezza del territorio di Messina, messa in ginocchio nel 2009 da una devastante alluvione.

In un momento in cui non si parla d'altro che di crisi del debito, secondo le priorità dettate dall'agenda europea, è fondamentale riuscire a vedere che la crisi economica non è che una parte di una crisi più grande, planetaria, quella ecologica. Crisi da cui la nostra sopravvivenza dipende molto più che da qualsiasi questione di ordine economico o finanziario.

A Sud sarà a Durban durante i lavori del vertice Onu in rappresentanza di Rigas, la Rete Italiana per la Giustizia Ambientale e Sociale per partecipare ai momenti di discussione e mobilitazione della società civile, portatrice di proposte ed esperienze molto più concrete ed efficaci di quelle che emergono dalle stanze gremite di sherpa dei governanti.

Facciamo appello affinché di questo la stampa si occupi con la serietà e la costanza che un tema di tale urgenza merita: troppo spesso la voce semplice dei cittadini e le proposte dei movimenti e delle associazioni vengono zittite o censurate dal vociare isterico della politica. Un tema che, nel caso del clima, ben lungi dall'essere tecnico, coinvolge fattori di ordine politico, socia

le, economico. E soprattutto la vita di noi tutti.

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