(Italiano) Banche. La riforma che vogliamo
Friday, 24 February 2012 20:47 in In simple terms, Columns
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Thursday, 17 November 2011 13:25 in Press review
Come si e
sce dall’economia del debito
di Paolo Cacciari
29_10_11 Il manifesto
Alzino la mano quanti hanno azioni? Pochissimi, a giudicare dal fatto che non ci dicono mai la loro vera consistenza (numero di persone per il valore delle azioni possedute). Alzino la mano quanti hanno titoli di stato? Non molti e comunque posseggono meno della metà della metà del valore dei titoli emessi (la metà è all’estero, l’altra metà è nelle casse di imprese e investitori istituzionali vari). Alzi la mano chi ha denari in banca? Abbastanza, ma si accontentano di interessi che non proteggono nemmeno dall’inflazione. E allora, chi se ne frega del default ! Falliscano pure banche e stati, non vengano rimborsati i prestiti che hanno avuto, o vengano congelati in attesa di tempi migliori. Le bancarotte (assieme alle guerre) sono il metodo più sbrigativo per la remissione dei debiti e ricominciare da capo. E’ successo molte volte nella storia degli stati e, da ultimo, l’Argentina insegna che ci si può risollevare. Chi vive del proprio lavoro, chi non arriva alla quarta settimana, cioè la maggioranza delle famiglie, si libererebbe così finalmente dal peso di dover foraggiare rendite e interessi. Se è vero che su ogni italiano gravano 30.000 Euro di debito pubblico, quanti anni ci vorranno per estinguerli, ammesso che i futuri governi riuscissero a non aggiungerne altri? I “giovani senza futuro”, gli “indignados” che protestano a Wall Streat, i disoccupati nelle piazze spagnole e greche gridano: “Non vogliamo pagare noi i vostri debiti”. Ed hanno più che ragione.
Ma c’è un ma che rende ancora più grave la situazione e più profonda la svolta economica e politica necessaria per uscire dalla crisi. Non sono solo gli avidi speculatori, gli approfittatori alla Soros, i manager pagati in opzioni alla Marchionne, i ministri della finanza creativa alla Tremonti che ci hanno portato sull’orlo del baratro. Via loro (e sa iddio quanto sarebbe bello!) non cambierebbe nulla perché anche l’azienda dove andiamo a lavorare, l’amministrazione comunale dove abitiamo, la locale azienda sanitaria, il fondo che gestisce la nostra pensione, la banca del nostro bancomat, l’agenzia di stato che sborsa il sussidio di disoccupazione a nostro figlio… sono da tempo, in un modo o nell’altro,tutti indebitati. Tutti avevano fatto il conto (“aspettativa” si dice in economia) di riuscire in futuro a guadagnare di più (facendo profitti, riscuotendo tasse, realizzando interessi, vendendo immobili e “cartolarizzando” il Colosseo…) di quanto non avessero ricevuto in prestito. Credevano, cioè, nella chimera di una crescita economica esponenziale e senza fine. Un calcolo tragicamente sbagliato. Da tempo (dieci, venti, chi dice trent’anni) le economie occidentali sono in crisi di realizzo, il loro tessuto produttivo non è più in grado di riprodurre guadagni tali da riuscire a mantenere gli standard dei consumi privati e pubblici. Per mascherare questo fallimento e allontanare il declino le hanno tentate tutte: la “leva finanziaria”, i “titoli tossici”, il “signoraggio” del dollaro, oltre, ovviamente, al vecchio trucco di stampare carta moneta. Niente, la “santa crescita”, nonostante le continue invocazioni e i lauti sacrifici umani, non arriva. E non arriverà mai più, almeno per chi è da questa parte del mondo.
Doveva essere il secolo americano ed invece è quello del suo declino che si trascina con sé propaggini e imitazioni. Ciò accade un po’ perché portare via le materie prime dal “terzo mondo” è sempre più costoso (militarizzazione crescente, prebende a regimi fantoccio, esaurimento delle risorse naturali), un po’ perché i “paesi emergenti” hanno imparato che “arricchirsi è glorioso” e nemmeno così difficile. In un contesto di economia neoliberista, fondata sulla competizione selvaggia tra aree geografiche vince semplicemente il più forte: chi ha più capacità produttiva, chi riesce più a spremere i fattori e gli strumenti della produzione: a partire dal lavoro e dalle risorse naturali. Questa volta la Cina è davvero vicina.
Oppure si decide di uscire dal gioco per davvero. Si esce dall’economia del debito (cioè da quella economia che pone gli interessi del capitale sopra a quelli del lavoro e della stessa vita delle persone e dell’ecosistema terrestre) con tutto quello che ne deriva. E’ questo il vero “recinto” di pensiero da cui nemmeno la sinistra-sinistra riesce ad uscire. Le vecchie ricette keynesiane non hanno realmente più margini di applicazione dentro una crisi strutturale di queste dimensioni e di questa qualità. Le politiche riformiste, anche quelle più caute sono tagliate fuori sia sul versante del modello economico, sociale ed ecologico, sia su quello della distribuzione della ricchezza. E’ ormai chiaro che le risposte possono venire solo uscendo dalle regole e dai dogmi del mercato. Dovremmo pensare ad un altro tipo di ricchezza, ad un altro tipo di benessere, ad un altro modo di lavorare, ad un altro modo di relazionarsi tra le persone che non sia quello che passa attraverso il portafogli. E sarebbe certamente una società più umana, più in armonia con la natura, più capace di futuro, più desiderabile. Se provassimo a mettere la cura e la fruizione dei beni comuni (l’acqua, la terra, le foreste, il patrimonio naturale, ma anche quello culturale: la conoscenza, i saperi) al centro della nostra idea di società, riusciremmo facilmente e con grande soddisfazione individuale e collettiva a fare a meno dell’ossessione dell’aumento del Pil. Anzi, essere costretti a pagare per possedere, invece che condividere per accedere ad una fruizione collettiva, sarebbe un indicatore negativo di benessere. Decrescere la dipendenza dal mercato è l’unico modo per sottrarsi ai suoi diktat. Non c’è modo di liberarsi dalla tirannia della produttività misurata in budget se non ci si libera dal dispositivo dell’incremento del valore di scambio delle merci. Ed è esattamente questo, non altro, quello che chiamano, in modo assolutamente bipartisan (da Napolitano a Berlusconoi, dalla Camusso a Marchionne, dagli economisti marxisti a quelli liberisti): “crescita”.
Il guaio non è la “vera e propria crisi del capitalismo” (sono parole del The Observer), ma la mancanza di una alternativa di sistema. Cioè, la mancanza di una soggettività politica che abbia il coraggio civile e intellettuale di prospettare un sistema di valori etici e di regole sociali all’altezza della odierna crisi di civiltà e capace di evitarci di pagare le conseguenze del collasso. Per esempio: non ci si libera dagli strozzini e dagli usurai se non si stabilisce che la finanza e la moneta devono tornare ad essere strumenti neutri, “beni comuni” pubblici, di servizio, che nessuno (né grande banchiere, né piccolo azionista) può pensare di usare per arricchirsi. Non ci si evolve dal lavoro schiavo e precario se non si torna a stabilire che anche il lavoro è un bene comune, non una merce, un modo di realizzare sé stessi e, assieme, contemporaneamente, un modo per offrire agli altri cose utili, sane, durevoli. Non ci si libera dal peso delle crescenti spese militari e per la “sicurezza”, se non si capisce che la pace e la sicurezza sono beni indivisibili, universali.
Fastidiose utopie, dirà qualcuno, indispensabili modi di essere per chi pensa che sia possibile praticare forme di economia non monetizzata, sociale e solidale. Ernst Friedrich Shumacher diceva che l’economia è una “scienza derivata”, che deve cioè “accettare istruzioni”. E’ urgente che qualcuno impartisca nuove istruzioni.
Paolo Cacciari
Thursday, 17 November 2011 13:23 in Press review
Cresci
ta e lavoro, due ricette senza senso nell’era tecnologica
30_09_11 di Carla Ravaioli su Liberazione
Da qualche tempo un numero crescente di voci, in vario modo e da posizioni diverse, si esprime criticamente nei confronti della linea economica dominante, data come socialmente iniqua e ecologicamente distruttiva, nell'insieme segnalando una tendenza a porre in dubbio convinzioni e scelte politiche, dai più finora accettate come “normali”. Penso ad esempio alle posizioni più o meno esplicite di alcuni importanti organi della stampa internazionale. Ne cito qualcuno.
The Nation, avendo nel giugno scorso quasi per gioco invitato i lettori a “reimmaginare il capitalismo”, per molti numeri è stato inondato di risposte tutt'altro che giocose, anzi duramente critiche e spesso dichiaratamente desiderose di vedere la fine dell'impianto economico attuale. In agosto sul Wall Street Journal Nouriel Rubini parlava di un capitalismo ormai pervenuto a un livello di autodistruttività forse irrecuperabile. Nello stesso periodo The Guardian ripetutamente si occupava del commercio clandestino di armi, come di una delle più lucrose fonti attuali di ricchezza. “E' terminale la crisi del capitalismo?” si domandava di recente il teologo Leonardo Boff, pubblicato su Other News di Roberto Savio; il quale nella stessa sede riprendeva un documentatissimo atto d'accusa, firmato da Badriya Khan, “The world is over-armed – The World is over-hungry”. “La fine del progresso”, si intitola un intervento di Zygmund Bauman su La Repubblica del 17 settembre; e sul “Venerdì” dello stesso foglio Giorgio Bocca parla di «crisi ormai galoppante e conclamata del capitalismo». “L'economia uccide più delle bombe”, afferma l'invito alla prossima “Marcia per la pace” Perugia-Assisi. “Benessere senza crescita?” è il tema della prossima sessione dei Colloqui di Dobbiamo (1 – 2 ottobre). Non mi paiono novità da poco.
Sempre più numerosi sono anche i libri, in vario modo impegnati a dimostrare l'insostenibilità del sistema economico mondiale. Mentre si ripubblica Miserie della mondializzazione (Milano 2009) notissimo lavoro a molte voci, da Latouche a Samir Amin a Chomsky a Wallerstein, il pachistano Ahmed Rashid dettagliatamente descrive il fallimento dell'Occidente nel “Sud” del mondo (Caos Asia, Milano 2008); il filosofo Slavoj Zizek analizza la sostanziale irrazionalità del capitalismo globale (Dalla tragedia alla farsa, Milano 2010); Il caos prossimo venturo (Vicenza 2007), firmato dall'indiano Prem Shankar Jha, con inesorabile chiarezza legge i problemi creati dalla globalizzazione capitalista; Capitale fittizio e crisi del capitalismo, di Loren Goldner (Torino 2007), descrive un'economia che segna «una crescente regressione dell'essere umano». Analoghe convinzioni illustra Hervé Kempf, in un libro il cui titolo, Per salvare il pianeta dobbiamo farla finita con il capitalismo (Milano 2010), non lascia dubbi. L'inesorabile distruttività del capitalismo è tema anche de Il grande saccheggio (Roma 2011) di Piero Bevilacqua. Vastità e drammaticità delle sue conseguenze umane vengono ampiamente documentate in Ecoprofughi (Roma 2010) da Valerio Calzolaio. Eccetera.
Questo elenco, peraltro lungi dall'essere completo, non può non imporsi al confronto con un mondo di imprenditori, politici, economisti, per i quali la crescita del prodotto rimane obiettivo primo e indiscusso del loro operare e pianificare il futuro. Crescita d'altronde non meglio definita: crescita non importa di che, per quale fine, con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. E ci si domanda di che cosa questi “potenti” pensano siano “fatte” le merci in quantità crescenti rovesciate sui mercati; se mai gli accada di considerare che auto ultimo grido, computer sempre più prodigiosi, armi via via più micidiali, telefonini capaci di tutto, astronavi, e quant'altro, sono “fatti” di natura, minerale, vegetale, animale; sono cioè frammenti di Terra, il pianeta che abitiamo. Il quale non è dilatabile a nostra richiesta, e non è perciò in grado né di alimentare una produzione in crescita illimitata, né di neutralizzare i rifiuti, solidi liquidi gassosi, che ne derivano. Cose note. Cose dette e ridette. Cose puntualmente ignorate. Come lo squilibrio ecologico planetario a ritmi sempre più paurosi dimostra.
Se tutto ciò è spiegabile (ma non giustificabile) da parte dei “padroni”, o di convinti teorici del capitalismo neoliberista, davvero riesce incomprensibile da parte delle sinistre (quelle ancora vive e attive) le quali, in pratica senza eccezione, con altrettanto fervore invocano crescita, né avanzano ipotesi diverse da quelle del padronato. La cosa ha d'altronde radici lontane. Per un lungo periodo infatti, in pratica coincidente con il primo trentennio postbellico, la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica era andata oggettivamente migliorando le condizioni dei lavoratori; e fu allora che le sinistre, nate per abbattere il capitalismo, pur senza mai rinnegare la loro storia e i loro obiettivi, via via si attestarono su una linea moderata, che peraltro consentì una serie di riforme assai significative: scuola, sanità, pensioni, ecc. Mentre però fatalmente la rivoluzione “entrava in sonno”.
Meno comprensibile è a mio parere la politica delle sinistre nei decenni successivi, di fronte all'affermarsi della più gigantesca rivoluzione della storia, l'informatica: una tecnologia capace di sostituire il lavoro umano, non solo fisico ma, sempre più, anche mentale. Qualcosa che di fatto avrebbe potuto in misura crescente consentire quella “liberazione del lavoro e dal lavoro” a lungo auspicata e in qualche modo “raccontata” da tutti i grandi utopisti, Marx incluso; tema ripreso sulla fine del secolo scorso da André Gorz e Claudio Napoleoni. Ma i partiti operai non parvero considerare questo aspetto di un fenomeno senza precedenti, né domandarsi in che modo usarlo a favore dei lavoratori. A prevalere fu la paura della disoccupazione tecnologica. “Creare posti di lavoro”, assurda invocazione di attività fine a se stessa, divenne lo slogan vincente, tuttora vivo.
E fu così che le sinistre di fatto regalarono il progresso scientifico e tecnologico al capitale. Il quale ovviamente non poteva non usarlo secondo le proprie logiche e i propri fini. “Ripartire dal lavoro”, continua ad essere l'esortazione più insistita da parte di tutte le sinistre organizzate (quel tanto che ne resta), in ciò sostanzialmente allineate agli auspici del mondo capitalistico per “l'uscita dalla crisi”: vale a dire rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, crescita. Ciò che peraltro non sembra affatto arrestare disoccupazione e precariato, mentre inesorabile aumenta il dissesto dell'ecosistema terrestre.
E qua ci si imbatte in quella sottovalutazione della crisi ecologica, che (benché a grandi titoli “strillata” dall'informazione di ogni tipo, e ormai inevitabilmente impostasi all'attenzione di tutti) continua però ad essere una variabile marginale, cui periodicamente si dedicano costosi quanto inutili summit internazionali, ma che nemmeno viene citata in incontri e convegni tra imprenditori, economisti, politici. Ciò che, salvo rare eccezioni, vale purtroppo anche per le sinistre; le quali sembrano dimenticare che a pagare le conseguenze di catastrofi, inquinamenti, squilibri climatici, ecc. dovunque sono soprattutto operai, contadini, lavoratori manuali, quanti cioè da sempre sono per loro principale oggetto di attenzione e impegno.
Mi avvedo di aver parlato pochissimo di “ambiente”, nello specifico delle sue cause, della sua fenomenologia, delle sue possibili “cure”. Ma temo non possa riuscire gran che utile, se prima non si tenta una profonda rilettura di tutta intera l'organizzazione del mondo, per mille versi negli ultimi decenni radicalmente trasformata: quella che della crisi ecologica come della crescente iniquità sociale è certo responsabile diretta, che però di fatto conosciamo ben poco, e ancor meno controlliamo. Dopotutto la “globalizzazione”, che tutti di continuo citiamo, non è tuttora per gran parte una sconosciuta?
Thursday, 17 November 2011 13:12 in Press review
Da www.arti
colo21.org
Crisi: Paolo Cacciari, “la sfida più avanzata e moderna? Stare meglio con meno”
“…E’ la crescita che produce il debito! Se invece dicessimo: produciamo solo quello che di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremo che staremo tutti meglio”. Paolo Cacciari, giornalista, ex parlamentare ed oggi membro dell’Associazione per la Decrescita”, intervistato da Articolo21, analizza a tutto campo la crisi economica ed internazionale, che è crisi “del modello neoliberista e monetarista”. Quella di Cacciari (e non solo lui) è una visione altra dell’economia e delle relazioni sociali “Avere più tempo da dedicare ai propri affetti ti fa vivere meglio”.
Le istanze della manifestazione di sabato 15 ottobre sono state praticamente oscurate dagli scontri che hanno messo la Capitale a ferro e fuoco. Ma le rivendicazioni degli indignati restano. “Noi la crisi non la paghiamo” recitava lo slogan portante delle mobilitazioni. Quali sono i soggetti più colpiti dalla crisi e quelli maggiormente responsabili di averla prodotta? In che modo questi ultimi possono essere inchiodati alle loro responsabilità?
E' la politica che deve farlo? O sono le stesse istituzioni economiche e finanziarie a doversi “autoriformare”?
I giovani nelle piazze di tutto il mondo rivolgono a chi ci governa una domanda molto semplice: se chi ha provocato la crisi economica che si protrae da oltre tre anni sono stati operatori finanziari imprevidenti, intermediari di capitali spregiudicati, gestioni speculative delle valute e dei titoli azionari, perché non sono costoro a pagarne i costi? Perché i capi dei governi invece di porre il sistema bancario sotto rigido controllo svuotano le casse pubbliche e impegnano i denari dei contribuenti per tamponare i buchi di bilancio (crediti inesigibili) delle banche private? Perché i movimenti di capitale continuano a fluttuare liberi come l’aria, mentre le economie reali, l’occupazione, il potere d’acquisto dei salari precipitano? La risposta che viene dall’establishment è disarmante: i debiti sono troppo grandi per essere lasciati insolvibili.
“Default”, è il termine che più di ogni altro sembra terrorizzare gli Stati. Cosa succederebbe se fallissero le banche e gli stati?
Appunto. Non è più dato scegliere se salvare quattro banche o uno stato. La dichiarazione di fallimento di più istituti bancari e/o di più stati potrebbe avere un effetto di trascinamento (contaminazione, la chiamano) davvero dirompente in un sistema economico internazionale integrato e comandato dalla finanza come è quello in cui viviamo. Ma questa verità non può essere una scusa per lasciare le cose come sono, per non affrontare le cause strutturali che sono all’origine della crisi finanziaria, per non individuare e rimuovere i responsabili (che non sono solo dentro le banche e i governi, ma anche tra i prezzolati teorici del neoliberismo e del monetarismo dentro le accademie universitarie) e, quindi, operare i cambiamenti profondi che sono necessari. A proposito di “riforme” che non si fanno.
La politica è ostaggio dell’economia?
Le persone per bene si sono “indignate” proprio perché vedono che la politica è ostaggio dei detentori dei titoli di credito, dei capitalisti che continuano a pretendere ed ottenere tassi di rendimento (rendite finanziarie) dieci, venti volte superiori ai tassi di profitto reali delle imprese. Quando anche i manager dell’industria vengono pagati con le stock option (penso a Marchionne), cioè con le azioni e non con i fatturati industriali, allora si capisce bene che il sistema economico è semplicemente impazzito. Per essere più precisi: si regge solo grazie all’immissione di dosi sempre più massicce di droga. Droga di stato: stampa di cartamoneta, ricapitalizzazioni, acquisto di bond che non valgono nulla, rinuncia al prelievo fiscale, ecc.
Tu sei uno dei principali animatori italiani della cosiddetta “decrescita”, modello altro di sviluppo che gli stessi giovani indignati hanno più volte evocato. A prima vista sembra un paradosso. Una delle accuse rivolte all'Italia e ad altri Paesi è che sono a “crescita zero”. Voi affermate il concetto contrario: l'aumento del Pil non aumenta il benessere generale; il problema non è privilegiare la crescita ma “fermarla”, redistribuire le risorse globali. Come si realizza praticamente?
E no, sono loro immersi in una spirale perversa! La crescita del volume del valore monetario delle merci in circolazione (del Pil) può avvenire solo facendo altri enormi debiti. Ma ogni debito ha il difetto di portarsi dietro un creditore che – se lasciato libero – chiederà per se sempre qualche denaro in più del rendimento dei profitti industriali. E’ la crescita che produce il debito! Se invece dicessimo: produciamo solo quello che di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremo che staremo tutti meglio. La sfida più avanzata e moderna è: stare meglio con meno. E non penso solo agli sprechi, all’usa e getta, alla obsolescenza programmata per far durare meno gli oggetti, alle psicopatologie del consumatore compulsivo… Penso alla rarefazione delle risorse naturali (non solo il petrolio e l’uranio, ma il litio, senza del quale niente batterie per le auto elettriche, o i minerali rari, senza i quali niente telefonini, o il coltan, niente computer) che ci obbliga a diminuire i flussi di materie e di energia impegnati nei cicli produttivi. Questa è già una prima definizione, la più immediata e banale, se vuoi, di decrescita.
Un rallentamento della crescita economica e la conseguente diminuzione della produzione di merci non provocherebbe un aumento della disoccupazione e della povertà?
Non facciamo confusione: si possono creare e produrre dei beni, delle cose utili (e già ora se ne fanno moltissime, pensiamo solo al lavoro domestico, che non viene conteggiato nel Pil) senza che assumano per forza la forma di merci, valutate cioè in termini monetari e scambiate sui mercati globali. Certo, la nostra società spinge a mercificare ogni cosa: dalla cura dei bambini e degli anziani all’inquinamento atmosferico (una tonnellata di CO2 sulla borsa di Londra valeva ieri 18 euro), dalle sementi brevettate dalle multinazionali agro-farmaceutiche, al sesso… Ma è possibile ed auspicabile pensare di soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri senza necessariamente passare per un supermercato. Se solo l’enorme potenzialità della tecnoscienza fosse finalmente indirizzata a preservare l’ambiente e a ridurre il tempo di lavoro necessario alla produzione (e non invece a intensificare gli sforzi produttivi) riusciremmo tutti a vivere in ambienti più salubri e a lavorare meno. Non era questa la felicità?
La crescita economica ha dimostrato di essere diseguale, accrescendo l'ineguaglianza sociale, e concentrando ricchezze nelle mani di pochi. La “decrescita”, in questo caso, si concretizzerebbe come una sorta di azione alla “Robin Hood”, togliendo materialmente le ricchezze a chi ne ha di più per redistribuirle tra i ceti meno privilegiati?
Anche, certo: lavoro e ricchezza vanno meglio distribuiti. La società capitalistica crea per sua natura accumulazione e concentrazione di ricchezze. Fino a ieri tale diseguaglianza era giustificata perché – dicevano – aumentava la competitività, l’emulazione, la produttività del sistema tutto. Il concetto di “sviluppo” e di “sottosviluppo”, quando è nato, nell’immediato secondo dopoguerra, conteneva l’idea di una avanzata di tutte le nazioni del mondo. Era, a suo modo, un’idea universalista e progressista. Assistiamo oggi al fallimento storico di quella promessa. La forbice si allarga, nel mondo, ma anche terribilmente all’interno di ogni singolo stato. Non ci sono mai state nella storia dell’umanità disparità di ricchezze patrimoniali e reddituali così marcate. Pensate: le tre persone più ricche del mondo posseggono guadagni pari alla ricchezza dei 600 milioni di persone che abitano nei 48 paesi più poveri del pianeta. 257 individui possiedono quanto il 45% delle persone sulla terra (2,8 miliardi). Raccapricciante!
La decrescita presuppone una vera e propria rivoluzione culturale. Da dove partire? Quanto siamo schiavi della crescita e della logica del profitto a tutti i costi?
Serge Latouche dice che dobbiamo “decolonizzare l’immaginario” e Gregory Bateson scriveva di “ecologia della mente”. Dobbiamo compiere un lavoro di sgombro dalle macerie che ci ha lasciato il falso mito della crescita infinita. Elevare le capacità critiche del pensiero. Le rivoluzioni non si esportano e non cadono dall’alto. O sono molecolari, condivise dal basso, consensuali… o non sono rivoluzioni.
Anche per la decrescita sarà così?
Sì, una rivoluzione democratica, scelta, partecipata. La decrescita già si vede in mille pratiche individuali e comunitarie. Si coniuga con l’“altra economia”, con l’economia solidale e sociale e con la gestione collettiva dei beni comuni, il nuovo potente paradigma (riscoperto anche grazie al Nobel alla Elinor Ostrom) che ci indica come sia possibile transitare dalla società del possesso a quella dell’essere, dalla competizione alla cooperazione, dal saccheggio alla preservazione, alla sufficienza, all’abbastanza, alla frugalità. E non per angelico francescanesimo, ma perché smarcarsi dalle costrizioni produttivistiche e consumistiche è bello. Saper fare da sé soddisfa. Avere più tempo da dedicare ai propri affetti ti fa vivere meglio. Scambiarsi oggetti, servizi, mezzi di trasporto, abitazioni… allarga i tuoi orizzonti. Prendersi cura delle cose pubbliche aumenta le occasioni di occupazione.
Da giornalista, quanto contribuiscono i media ad incentivare i consumi materiali superflui rispetto a una logica del consumo responsabile?
Dico sempre (vedi: Decrescita o barbarie, scaricabile gratuitamente da internet) che noi, persone comuni, siamo sicuramente scemi, “schiavi volontari” di convenzioni sociali e dispotismi di chi ci comanda. Ma anche loro devono impegnarsi molto per renderci così docili. I due settori economici che non conoscono crisi sono gli armamenti e la pubblicità: il bastone e la carota necessari per mantenere inalterato uno stato di cose che altrimenti, senza violenza e senza manipolazione delle menti, salterebbe subito. Tu mi chiedi dei media. Oggi televisioni e rotocalchi, ma anche la stragrande maggioranza dei quotidiani – tu mi insegni – non vendono notizie: vendono spazi pubblicitari, se è vero che gli editori ricavano più denari dagli inserzionisti che non dai lettori.
La “decrescita” parte da un rifiuto netto dei principi dell'economia liberista o si può costruire all'interno del libero mercato stesso?
Anche all’interno dei sostenitori della decrescita vi sono opinioni e tendenze diverse, più o meno radicali nei confronti del mercato. Nella Conferenza internazionale sulla decrescita, la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale di Barcellona lo scorso anno (la prossima si terrà a Venezia nel settembre del 2012) si sono sentite molte voci e viste esperienze diverse. Si va da Tim Jechson (autore di: Prosperità senza crescita, Edizioni Ambiente 2011) che dirige un gruppo di ricerca governativo del Regno Unito, al Wuppertal Institute (Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa, sempre di Edizioni Ambiente) guidato da Wolfgang Sachs che è stato un allievo di Ivan Illich, per arrivare ai francesi del “Journal la Décroissance” che sicuramente sono i più anticapitalisti. Quello che penso io è sicuramente poco importante, ma i mercati, come le monete, esistevano prima del capitalismo e, per molti prodotti e se ben regolamentati, potrebbero continuare ad avere un ruolo positivo. Il guaio è quando profitto e accumulazione diventano la regola aurea, esclusiva e totalizzante dei rapporti sociali, quando natura e lavoro diventano meri strumenti (coseificazione e alienazione) per l’accrescimento del capitale impiegato nei cicli produttivi. La famosa “distruzione creativa” schumpeteriana – s’è visto – distrugge più di quanto non riesca a creare.
Questo nuovo paradigma socio-economico sembra avvicinarsi alle tesi dei modelli socialisti o comunisti di matrice marxista. In che modo la “decrescita” si sovrappone o si differenzia da queste tesi e dalle sue applicazioni pratiche così come le abbiamo conosciute? (Urss, Cuba, Cina…)
Nonostante intuizioni profetiche – anch’io ho tentato di mettere in relazione marxismo ed ecologismo (“Pensare la decrescita, Carta e Intra Moenia”, 2006, ndr) . Molto più approfondito il libro di Badiale e Bontempelli: “Decrescita e marxismo”; Marx non riesce a liberarsi dal fascino del progresso tecnologico industriale. E credo che si possano far risalire a lui molte responsabilità della parabola dell’esperienza sovietica. Con il “capital comunismo” cinese, invece, credo proprio che il povero Marx non c’entri per nulla. Ho letto che a Cuba si stanno facendo esperienza importanti nel tentativo di riterritorializzare l’economia. Così come entusiasmanti sono le esperienze in corso in Ecuador, dove i diritti di Pacha Mama, la madre terra, sono stati costituzionalizzati.
Insomma dovremmo cominciare a imparare a fare quello di cui abbiamo bisogno con quello che abbiamo?
E’ così, rinunciando definitivamente a mire imperiali, a superiorità coloniali, a ogni sogno di potenza. Alberto Magnaghi (fondatore del movimento territorialista) parla di “autarchia cosmopolita”. L’idea, non è nuova, è quella della confederazione delle autonomie sociali locali. Swadeshi, diceva Gandhi, per indicare l’autodeterminazione dei villaggi. Comunanze, si potrebbero chiamare, ma non chiuse, in reciproco, paritario rapporto tra loro. Bioregioni. Per un’idea di bioumanesimo planetario. La decrescita, insomma, non è solo dematerializzazione, non è solo demercificazione. E’ una direzione di marcia che segue una idea di società, di individuo, di natura più correlati, più armoniosi.