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giovedì, 17 novembre 2011 13:13 in Rassegna stampa
di Paolo Cacciari
da www.lindro.it
Da bravo cittadino ho deciso finalmente di mettermi i pannelli fotovoltaici (quelli termici, per l’acqua calda ce li ho già con mia soddisfazione da qualche anno) e ho chiesto qualche preventivo scoprendo che alcune ditte sono più interessate a presentare proposte finanziarie che non pannelli solari. Sono cioè, in un modo o in un altro degli intermediari finanziari; vendono prestiti per conto di qualche banca. Ti spiegano che puoi installare l’impianto senza scucire un soldo subito, poi, grazie agli incentivi pubblici e ai risparmi nella bolletta, pagherai un po’ per volta, ma sempre meno di quello che dovresti pagare per l’energia. Insomma, l’impianto te lo mettono sul tuo tetto, gli incentivi se li fanno dare dal governo, l’utile se lo mangiano loro: le banche.
Un installatore mi ha predisposto uno schema indicate i “flussi di cassa” del mio impianto con o senza il ricorso ad un finanziamento bancario. Senza, cioè usando soldi miei, senza indebitarmi, il rientro dell’investimento (calcolando il risparmio sulla bolletta e gli incentivi statali) avverrebbe già tra il sesto e il settimo anno. Ricorrendo al prestito tra il sedicesimo e il diciassettesimo anno. Tenete conto che le capacità produttive dei pannelli comincia a calare già dopo vent’anni. Insomma, la green economy, anche quella domestica, è già stata predata dalle banche.
Non basta. L’altra triste sorpresa sono stati i consigli degli installatori: sovradimensionare l’impianto oltre le effettive necessità dell’utenza. Ragionamento: aggiungere pannelli costa poco, l’energia consumata è gratis, quindi ci possiamo mettere in casa anche un condizionatore d’aria, un frullatore nuovo, una pompa per innaffiare il prato… tanto la corrente c’è.
Gli scienziati lo chiamano effetto rebulding, rimbalzo. O illusione tecnologica. Lo aveva scoperto già a metà dell’800, William S.Jevons (1865), di fronte a quanti non si riuscivano a spiegare il paradosso per cui le nuove e più efficienti macchine a vapore non avessero come effetto la diminuzione dell’uso del carbone, con il suo fastidioso carico di inquinamento. Disse Jevons: “La resa maggiore delle caldaie a vapore fa aumentare la loro utilità, quindi la loro diffusione e i consumi totali di carbone”. E Martinez Alliez ci ha avvertito molte volte che l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.
Quante volte ci hanno promesso miracolose soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali? La combinazione computer più web con la posta elettronica avrebbe fatto scomparire l’uso della carta. Vero in teoria, ma contemporaneamente è stata enormemente facilitata la stampa. Risultato: da quando ci sono i computer il consumo di carta si è decuplicato. E si potrebbero fare tanti altri semplici esempi: è vero che la marmitta catalitica applicata al tubo di scappamento fa diminuire il particolato pesante emesso dalla mia automobile, ma se contemporaneamente vengono immesse in circolazione milioni di autoveicoli in più il bilancio complessivo delle polveri sottili inalabili peggiora. Rimanendo nel campo della mobilità: è vero che oggi una automobile consuma meno carburante, ma è stato dimostrato che questi risparmi l’automobilista li impiega per percorrere più chilometri.
Insomma, non bastano le nuove tecnologie green, clean-tec, rinnovabili, sostenibili ecc. ecc. Se vengono fatte proprie dalla logica finanziaria, che richiede rendimenti sempre crescenti del capitale prestato e investito, esse saranno sempre usate per incrementare i consumi, le merci in circolazione, gli utili d’impresa. Fare business con l’ambiente visto come un nuovo marketing, è esattamente il l’opposto di mettere la preservazione della biosfera in testa alle priorità. Una schiera di uomini d’affari hanno assoldato tecnologi con l’intento di “fare soldi salvando il mondo”. Ne è venuto fuori una linea pubblicitaria più ingannevole delle altre. I sostenitori del “capitalismo naturale” sperano in un mercato di beni e servizi a impatto zero, a produzioni a ciclo chiuso, a rinvestimenti degli utili nella rigenerazione degli stock di riserve naturali. Ma è concepibile affidare questi obiettivi ad un sistema che ha la propria ragion d’essere nell’aumento indefinito (crescita illimitata) del ciclo produzione-consumi, quale che sia l’oggetto dello scambio mercantile, indifferente allo stesso valore d’uso delle cose e al suo contenuto di entropia? Ci ricordava Wolfgang Sachs che: “ogni unità di guadagno produce nuova espansione”. Ha scritto un sociologo dell’ambiente , Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso”
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!–:en–>Green o bank economy?
Da bravo cittadino ho deciso finalmente di mettermi i pannelli fotovoltaici (quelli termici, per l’acqua calda ce li ho già con mia soddisfazione da qualche anno) e ho chiesto qualche preventivo scoprendo che alcune ditte sono più interessate a presentare proposte finanziarie che non pannelli solari. Sono cioè, in un modo o in un altro degli intermediari finanziari; vendono prestiti per conto di qualche banca. Ti spiegano che puoi installare l’impianto senza scucire un soldo subito, poi, grazie agli incentivi pubblici e ai risparmi nella bolletta, pagherai un po’ per volta, ma sempre meno di quello che dovresti pagare per l’energia. Insomma, l’impianto te lo mettono sul tuo tetto, gli incentivi se li fanno dare dal governo, l’utile se lo mangiano loro: le banche.
Un installatore mi ha predisposto uno schema indicate i “flussi di cassa” del mio impianto con o senza il ricorso ad un finanziamento bancario. Senza, cioè usando soldi miei, senza indebitarmi, il rientro dell’investimento (calcolando il risparmio sulla bolletta e gli incentivi statali) avverrebbe già tra il sesto e il settimo anno. Ricorrendo al prestito tra il sedicesimo e il diciassettesimo anno. Tenete conto che le capacità produttive dei pannelli comincia a calare già dopo vent’anni. Insomma, la green economy, anche quella domestica, è già stata predata dalle banche.
Non basta. L’altra triste sorpresa sono stati i consigli degli installatori: sovradimensionare l’impianto oltre le effettive necessità dell’utenza. Ragionamento: aggiungere pannelli costa poco, l’energia consumata è gratis, quindi ci possiamo mettere in casa anche un condizionatore d’aria, un frullatore nuovo, una pompa per innaffiare il prato… tanto la corrente c’è.
Gli scienziati lo chiamano effetto rebulding, rimbalzo. O illusione tecnologica. Lo aveva scoperto già a metà dell’800, William S.Jevons (1865), di fronte a quanti non si riuscivano a spiegare il paradosso per cui le nuove e più efficienti macchine a vapore non avessero come effetto la diminuzione dell’uso del carbone, con il suo fastidioso carico di inquinamento. Disse Jevons: “La resa maggiore delle caldaie a vapore fa aumentare la loro utilità, quindi la loro diffusione e i consumi totali di carbone”. E Martinez Alliez ci ha avvertito molte volte che l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.
Quante volte ci hanno promesso miracolose soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali? La combinazione computer più web con la posta elettronica avrebbe fatto scomparire l’uso della carta. Vero in teoria, ma contemporaneamente è stata enormemente facilitata la stampa. Risultato: da quando ci sono i computer il consumo di carta si è decuplicato. E si potrebbero fare tanti altri semplici esempi: è vero che la marmitta catalitica applicata al tubo di scappamento fa diminuire il particolato pesante emesso dalla mia automobile, ma se contemporaneamente vengono immesse in circolazione milioni di autoveicoli in più il bilancio complessivo delle polveri sottili inalabili peggiora. Rimanendo nel campo della mobilità: è vero che oggi una automobile consuma meno carburante, ma è stato dimostrato che questi risparmi l’automobilista li impiega per percorrere più chilometri.
Insomma, non bastano le nuove tecnologie green, clean-tec, rinnovabili, sostenibili ecc. ecc. Se vengono fatte proprie dalla logica finanziaria, che richiede rendimenti sempre crescenti del capitale prestato e investito, esse saranno sempre usate per incrementare i consumi, le merci in circolazione, gli utili d’impresa. Fare business con l’ambiente visto come un nuovo marketing, è esattamente il l’opposto di mettere la preservazione della biosfera in testa alle priorità. Una schiera di uomini d’affari hanno assoldato tecnologi con l’intento di “fare soldi salvando il mondo”. Ne è venuto fuori una linea pubblicitaria più ingannevole delle altre. I sostenitori del “capitalismo naturale” sperano in un mercato di beni e servizi a impatto zero, a produzioni a ciclo chiuso, a rinvestimenti degli utili nella rigenerazione degli stock di riserve naturali. Ma è concepibile affidare questi obiettivi ad un sistema che ha la propria ragion d’essere nell’aumento indefinito (crescita illimitata) del ciclo produzione-consumi, quale che sia l’oggetto dello scambio mercantile, indifferente allo stesso valore d’uso delle cose e al suo contenuto di entropia? Ci ricordava Wolfgang Sachs che: “ogni unità di guadagno produce nuova espansione”. Ha scritto un sociologo dell’ambiente , Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso”.
Paolo Cacciari
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