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giovedì, 17 novembre 2011 13:13 in Rassegna stampa

di Paolo Cacciari

da www.lindro.it

Da bravo cittadino ho deciso finalmente di mettermi i pannelli fotovoltaici (quelli termici, per l’acqua calda ce li ho già con mia soddisfazione da qualche anno) e ho chiesto qualche preventivo scoprendo che alcune ditte sono più interessate a presentare proposte finanziarie che non pannelli solari. Sono cioè, in un modo o in un altro degli intermediari finanziari; vendono prestiti per conto di qualche banca. Ti spiegano che puoi installare l’impianto senza scucire un soldo subito, poi, grazie agli incentivi pubblici e ai risparmi nella bolletta, pagherai un po’ per volta, ma sempre meno di quello che dovresti pagare per l’energia. Insomma, l’impianto te lo mettono sul tuo tetto, gli incentivi se li fanno dare dal governo, l’utile se lo mangiano loro: le banche.

Un installatore mi ha predisposto uno schema indicate i “flussi di cassa” del mio impianto con o senza il ricorso ad un finanziamento bancario. Senza, cioè usando soldi miei, senza indebitarmi, il rientro dell’investimento (calcolando il risparmio sulla bolletta e gli incentivi statali) avverrebbe già tra il sesto e il settimo anno. Ricorrendo al prestito tra il sedicesimo e il diciassettesimo anno. Tenete conto che le capacità produttive dei pannelli comincia a calare già dopo vent’anni. Insomma, la green economy, anche quella domestica, è già stata predata dalle banche.

Non basta. L’altra triste sorpresa sono stati i consigli degli installatori: sovradimensionare l’impianto oltre le effettive necessità dell’utenza. Ragionamento: aggiungere pannelli costa poco, l’energia consumata è gratis, quindi ci possiamo mettere in casa anche un condizionatore d’aria, un frullatore nuovo, una pompa per innaffiare il prato… tanto la corrente c’è.

Gli scienziati lo chiamano effetto rebulding, rimbalzo. O illusione tecnologica. Lo aveva scoperto già a metà dell’800, William S.Jevons (1865), di fronte a quanti non si riuscivano a spiegare il paradosso per cui le nuove e più efficienti macchine a vapore non avessero come effetto la diminuzione dell’uso del carbone, con il suo fastidioso carico di inquinamento. Disse Jevons: “La resa maggiore delle caldaie a vapore fa aumentare la loro utilità, quindi la loro diffusione e i consumi totali di carbone”. E Martinez Alliez ci ha avvertito molte volte che l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.

Quante volte ci hanno promesso miracolose soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali? La combinazione computer più web con la posta elettronica avrebbe fatto scomparire l’uso della carta. Vero in teoria, ma contemporaneamente è stata enormemente facilitata la stampa. Risultato: da quando ci sono i computer il consumo di carta si è decuplicato. E si potrebbero fare tanti altri semplici esempi: è vero che la marmitta catalitica applicata al tubo di scappamento fa diminuire il particolato pesante emesso dalla mia automobile, ma se contemporaneamente vengono immesse in circolazione milioni di autoveicoli in più il bilancio complessivo delle polveri sottili inalabili peggiora. Rimanendo nel campo della mobilità: è vero che oggi una automobile consuma meno carburante, ma è stato dimostrato che questi risparmi l’automobilista li impiega per percorrere più chilometri.

Insomma, non bastano le nuove tecnologie green, clean-tec, rinnovabili, sostenibili ecc. ecc. Se vengono fatte proprie dalla logica finanziaria, che richiede rendimenti sempre crescenti del capitale prestato e investito, esse saranno sempre usate per incrementare i consumi, le merci in circolazione, gli utili d’impresa. Fare business con l’ambiente visto come un nuovo marketing, è esattamente il l’opposto di mettere la preservazione della biosfera in testa alle priorità. Una schiera di uomini d’affari hanno assoldato tecnologi con l’intento di “fare soldi salvando il mondo”. Ne è venuto fuori una linea pubblicitaria più ingannevole delle altre. I sostenitori del “capitalismo naturale” sperano in un mercato di beni e servizi a impatto zero, a produzioni a ciclo chiuso, a rinvestimenti degli utili nella rigenerazione degli stock di riserve naturali. Ma è concepibile affidare questi obiettivi ad un sistema che ha la propria ragion d’essere nell’aumento indefinito (crescita illimitata) del ciclo produzione-consumi, quale che sia l’oggetto dello scambio mercantile, indifferente allo stesso valore d’uso delle cose e al suo contenuto di entropia? Ci ricordava Wolfgang Sachs che: “ogni unità di guadagno produce nuova espansione”. Ha scritto un sociologo dell’ambiente , Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso”

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!–:en–>Green o bank economy?

Da bravo cittadino ho deciso finalmente di mettermi i pannelli fotovoltaici (quelli termici, per l’acqua calda ce li ho già con mia soddisfazione da qualche anno) e ho chiesto qualche preventivo scoprendo che alcune ditte sono più interessate a presentare proposte finanziarie che non pannelli solari. Sono cioè, in un modo o in un altro degli intermediari finanziari; vendono prestiti per conto di qualche banca. Ti spiegano che puoi installare l’impianto senza scucire un soldo subito, poi, grazie agli incentivi pubblici e ai risparmi nella bolletta, pagherai un po’ per volta, ma sempre meno di quello che dovresti pagare per l’energia. Insomma, l’impianto te lo mettono sul tuo tetto, gli incentivi se li fanno dare dal governo, l’utile se lo mangiano loro: le banche.

Un installatore mi ha predisposto uno schema indicate i “flussi di cassa” del mio impianto con o senza il ricorso ad un finanziamento bancario. Senza, cioè usando soldi miei, senza indebitarmi, il rientro dell’investimento (calcolando il risparmio sulla bolletta e gli incentivi statali) avverrebbe già tra il sesto e il settimo anno. Ricorrendo al prestito tra il sedicesimo e il diciassettesimo anno. Tenete conto che le capacità produttive dei pannelli comincia a calare già dopo vent’anni. Insomma, la green economy, anche quella domestica, è già stata predata dalle banche.

Non basta. L’altra triste sorpresa sono stati i consigli degli installatori: sovradimensionare l’impianto oltre le effettive necessità dell’utenza. Ragionamento: aggiungere pannelli costa poco, l’energia consumata è gratis, quindi ci possiamo mettere in casa anche un condizionatore d’aria, un frullatore nuovo, una pompa per innaffiare il prato… tanto la corrente c’è.

Gli scienziati lo chiamano effetto rebulding, rimbalzo. O illusione tecnologica. Lo aveva scoperto già a metà dell’800, William S.Jevons (1865), di fronte a quanti non si riuscivano a spiegare il paradosso per cui le nuove e più efficienti macchine a vapore non avessero come effetto la diminuzione dell’uso del carbone, con il suo fastidioso carico di inquinamento. Disse Jevons: “La resa maggiore delle caldaie a vapore fa aumentare la loro utilità, quindi la loro diffusione e i consumi totali di carbone”. E Martinez Alliez ci ha avvertito molte volte che l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.

Quante volte ci hanno promesso miracolose soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali? La combinazione computer più web con la posta elettronica avrebbe fatto scomparire l’uso della carta. Vero in teoria, ma contemporaneamente è stata enormemente facilitata la stampa. Risultato: da quando ci sono i computer il consumo di carta si è decuplicato. E si potrebbero fare tanti altri semplici esempi: è vero che la marmitta catalitica applicata al tubo di scappamento fa diminuire il particolato pesante emesso dalla mia automobile, ma se contemporaneamente vengono immesse in circolazione milioni di autoveicoli in più il bilancio complessivo delle polveri sottili inalabili peggiora. Rimanendo nel campo della mobilità: è vero che oggi una automobile consuma meno carburante, ma è stato dimostrato che questi risparmi l’automobilista li impiega per percorrere più chilometri.

Insomma, non bastano le nuove tecnologie green, clean-tec, rinnovabili, sostenibili ecc. ecc. Se vengono fatte proprie dalla logica finanziaria, che richiede rendimenti sempre crescenti del capitale prestato e investito, esse saranno sempre usate per incrementare i consumi, le merci in circolazione, gli utili d’impresa. Fare business con l’ambiente visto come un nuovo marketing, è esattamente il l’opposto di mettere la preservazione della biosfera in testa alle priorità. Una schiera di uomini d’affari hanno assoldato tecnologi con l’intento di “fare soldi salvando il mondo”. Ne è venuto fuori una linea pubblicitaria più ingannevole delle altre. I sostenitori del “capitalismo naturale” sperano in un mercato di beni e servizi a impatto zero, a produzioni a ciclo chiuso, a rinvestimenti degli utili nella rigenerazione degli stock di riserve naturali. Ma è concepibile affidare questi obiettivi ad un sistema che ha la propria ragion d’essere nell’aumento indefinito (crescita illimitata) del ciclo produzione-consumi, quale che sia l’oggetto dello scambio mercantile, indifferente allo stesso valore d’uso delle cose e al suo contenuto di entropia? Ci ricordava Wolfgang Sachs che: “ogni unità di guadagno produce nuova espansione”. Ha scritto un sociologo dell’ambiente , Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso”.

Paolo Cacciari

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giovedì, 17 novembre 2011 13:12 in Rassegna stampa

da www.articolo21.org  del 20_10_11

“…E’ la crescita che produce il debito! Se invece dicessimo: produciamo solo quello che di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremo che staremo tutti meglio”. Paolo Cacciari, giornalista, ex parlamentare ed oggi membro dell’Associazione per la Decrescita”, intervistato da Articolo21, analizza a tutto campo la crisi economica ed internazionale, che è crisi “del modello neoliberista e monetarista”. Quella di Cacciari (e non solo lui) è una visione altra dell’economia e delle relazioni sociali  “Avere più tempo da dedicare ai propri affetti ti fa vivere meglio”.

Le istanze della manifestazione di sabato 15 ottobre sono state praticamente oscurate dagli scontri che hanno messo la Capitale a ferro e fuoco. Ma le rivendicazioni degli indignati restano. “Noi la crisi non la paghiamo” recitava lo slogan portante delle mobilitazioni. Quali sono i soggetti più colpiti dalla crisi e quelli maggiormente responsabili di averla prodotta? In che modo questi ultimi possono essere inchiodati alle loro responsabilità?
E' la politica che deve farlo? O sono le stesse istituzioni economiche e finanziarie a doversi “autoriformare”?
I giovani nelle piazze di tutto il mondo rivolgono a chi ci governa una domanda molto semplice: se chi ha provocato la crisi economica che si protrae da oltre tre anni sono stati operatori finanziari imprevidenti, intermediari di capitali spregiudicati, gestioni speculative delle valute e dei titoli azionari, perché non sono costoro a pagarne i costi? Perché i capi dei governi invece di porre il sistema bancario sotto rigido controllo svuotano le casse  pubbliche e impegnano i denari dei contribuenti per tamponare i buchi di bilancio (crediti inesigibili) delle banche private? Perché i movimenti di capitale continuano a fluttuare liberi come l’aria, mentre le economie reali, l’occupazione, il potere d’acquisto dei salari precipitano?  La risposta che viene dall’establishment  è disarmante: i debiti sono troppo grandi per essere lasciati insolvibili.

“Default”, è il termine che più di ogni altro sembra terrorizzare gli Stati. Cosa succederebbe se fallissero le banche e gli stati?
Appunto. Non è più dato scegliere se salvare quattro banche o uno stato. La dichiarazione di fallimento di più istituti bancari e/o di più stati potrebbe avere un effetto di trascinamento (contaminazione, la chiamano) davvero dirompente in un sistema economico internazionale integrato e comandato dalla finanza come è quello in cui viviamo. Ma questa verità non può essere una scusa per lasciare le cose come sono, per non affrontare le cause strutturali che sono all’origine della crisi finanziaria, per non individuare e rimuovere i responsabili (che non sono solo dentro le banche e i governi, ma anche tra i prezzolati teorici del neoliberismo e del monetarismo dentro le accademie universitarie) e, quindi, operare i cambiamenti profondi che sono necessari. A proposito di “riforme” che non si fanno.

La politica è ostaggio dell’economia?
Le persone per bene si sono “indignate” proprio perché vedono che la politica è ostaggio dei detentori dei titoli di credito, dei capitalisti che continuano a pretendere ed ottenere tassi di rendimento (rendite finanziarie) dieci, venti volte superiori ai tassi di profitto reali delle imprese. Quando anche i manager dell’industria vengono pagati con le stock option (penso a Marchionne), cioè con le azioni e non con i fatturati industriali, allora si capisce bene che il sistema economico è semplicemente impazzito. Per essere più precisi: si regge solo grazie all’immissione di dosi sempre più massicce di droga. Droga di stato: stampa di cartamoneta, ricapitalizzazioni, acquisto di bond che non valgono nulla, rinuncia al prelievo fiscale, ecc.

Tu sei uno dei principali animatori italiani della cosiddetta “decrescita”, modello altro di sviluppo che gli stessi giovani indignati hanno più volte evocato. A prima vista sembra un paradosso. Una delle accuse rivolte all'Italia e ad altri Paesi è che sono a “crescita zero”. Voi affermate il concetto contrario: l'aumento del Pil non aumenta il benessere generale; il problema non è privilegiare la crescita ma “fermarla”, redistribuire le risorse globali. Come si realizza praticamente?
E no, sono loro immersi in una spirale perversa! La crescita del volume del valore monetario delle merci in circolazione (del Pil) può avvenire solo facendo altri enormi debiti. Ma ogni debito ha il difetto di portarsi dietro un creditore che – se lasciato libero – chiederà per se sempre qualche denaro in più del rendimento dei profitti industriali. E’ la crescita che produce il debito! Se invece dicessimo: produciamo solo quello che di cui c’è davvero bisogno mirando a fare economia (in senso stretto!) e non business (la fortuna di pochi), vedremo che staremo tutti meglio. La sfida più avanzata e moderna è: stare meglio con meno. E non penso solo agli sprechi, all’usa e getta, alla obsolescenza programmata per far durare meno gli oggetti, alle psicopatologie del consumatore compulsivo… Penso alla rarefazione delle risorse naturali (non solo il petrolio e l’uranio, ma il litio, senza del quale niente batterie per le auto elettriche, o i minerali rari, senza i quali niente telefonini, o il coltan, niente computer) che ci obbliga a diminuire i flussi di materie e di energia impegnati nei cicli produttivi. Questa è già una prima definizione, la più immediata e banale, se vuoi, di decrescita.

Un rallentamento della crescita economica e la conseguente diminuzione della produzione di merci non provocherebbe un aumento della disoccupazione e della povertà?
Non facciamo confusione: si possono creare e produrre dei beni, delle cose utili (e già ora se ne fanno moltissime, pensiamo solo al lavoro domestico, che non viene conteggiato nel Pil) senza che assumano per forza la forma di merci, valutate cioè in termini monetari e scambiate sui mercati globali. Certo, la nostra società spinge a mercificare ogni cosa: dalla cura dei bambini e degli anziani all’inquinamento atmosferico (una tonnellata di CO2 sulla borsa di Londra valeva ieri 18 euro), dalle sementi brevettate dalle multinazionali agro-farmaceutiche, al sesso… Ma è possibile ed auspicabile pensare di soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri senza necessariamente passare per un supermercato. Se solo l’enorme potenzialità della tecnoscienza fosse finalmente indirizzata a preservare l’ambiente e a ridurre il tempo di lavoro necessario alla produzione (e non invece a intensificare gli sforzi produttivi) riusciremmo tutti a vivere in ambienti più salubri e a lavorare meno. Non era questa la felicità?

La crescita economica ha dimostrato di essere diseguale, accrescendo l'ineguaglianza sociale, e concentrando ricchezze nelle mani di pochi. La “decrescita”, in questo caso, si concretizzerebbe come una sorta di azione alla “Robin Hood”, togliendo materialmente le ricchezze a chi ne ha di più per redistribuirle tra i ceti meno privilegiati?
Anche, certo: lavoro e ricchezza vanno meglio distribuiti. La società capitalistica crea per sua natura accumulazione e concentrazione di ricchezze. Fino a ieri tale diseguaglianza era giustificata perché – dicevano – aumentava la competitività, l’emulazione, la produttività del sistema tutto. Il concetto di “sviluppo” e di “sottosviluppo”, quando è nato, nell’immediato secondo dopoguerra, conteneva l’idea di una avanzata di tutte le nazioni del mondo. Era, a suo modo, un’idea universalista e progressista. Assistiamo oggi al fallimento storico di quella promessa. La forbice si allarga, nel mondo, ma anche terribilmente all’interno di ogni singolo stato. Non ci sono mai state nella storia dell’umanità disparità di ricchezze patrimoniali e reddituali così marcate. Pensate: le tre persone più ricche del mondo posseggono guadagni pari alla ricchezza dei 600 milioni di persone che abitano nei 48 paesi più poveri del pianeta. 257 individui possiedono quanto il 45% delle persone sulla terra (2,8 miliardi). Raccapricciante!

La decrescita presuppone una vera e propria rivoluzione culturale. Da dove partire? Quanto siamo schiavi della crescita e della logica del profitto a tutti i costi?
Serge Latouche dice che dobbiamo “decolonizzare l’immaginario” e Gregory Bateson scriveva di “ecologia della mente”. Dobbiamo compiere un lavoro di sgombro dalle macerie che ci ha lasciato il falso mito della crescita infinita. Elevare le capacità critiche del pensiero. Le rivoluzioni non si esportano e non cadono dall’alto. O sono molecolari, condivise dal basso, consensuali… o non sono rivoluzioni.

Anche per la decrescita sarà così?
Sì, una rivoluzione democratica, scelta, partecipata. La decrescita già si vede in mille pratiche individuali e comunitarie. Si coniuga con l’“altra economia”,  con l’economia solidale e sociale e con la gestione collettiva dei beni comuni, il nuovo potente paradigma (riscoperto anche grazie al Nobel alla Elinor Ostrom) che ci indica come sia possibile transitare dalla società del possesso a quella dell’essere, dalla competizione alla cooperazione, dal saccheggio alla preservazione, alla sufficienza, all’abbastanza, alla frugalità. E non per angelico francescanesimo, ma perché smarcarsi dalle costrizioni produttivistiche e consumistiche è bello. Saper fare da sé soddisfa. Avere più tempo da dedicare ai propri affetti ti fa vivere meglio. Scambiarsi oggetti, servizi, mezzi di trasporto, abitazioni… allarga i tuoi orizzonti. Prendersi cura delle cose pubbliche aumenta le occasioni di occupazione.

Da giornalista, quanto contribuiscono i media ad incentivare i consumi materiali superflui rispetto a una logica del consumo responsabile?
Dico sempre (vedi: Decrescita o barbarie, scaricabile gratuitamente da internet) che noi, persone comuni, siamo sicuramente scemi, “schiavi volontari” di convenzioni sociali e dispotismi di chi ci comanda. Ma anche loro devono impegnarsi molto per renderci così docili. I due settori economici che non conoscono crisi sono gli armamenti e la pubblicità: il bastone e la carota necessari per mantenere inalterato uno stato di cose che altrimenti, senza violenza e senza manipolazione delle menti, salterebbe subito. Tu mi chiedi dei media. Oggi televisioni e rotocalchi, ma anche la stragrande maggioranza dei quotidiani – tu mi insegni – non vendono notizie: vendono spazi pubblicitari, se è vero che gli editori ricavano più denari dagli inserzionisti che non dai lettori.

La “decrescita” parte da un rifiuto netto dei principi dell'economia liberista o si può costruire all'interno del libero mercato stesso?
Anche all’interno dei sostenitori della decrescita vi sono opinioni e tendenze diverse, più o meno radicali nei confronti del mercato. Nella Conferenza internazionale sulla decrescita, la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale di Barcellona lo scorso anno (la prossima si terrà a Venezia nel settembre del 2012) si sono sentite molte voci e viste esperienze diverse. Si va da Tim Jechson (autore di: Prosperità senza crescita, Edizioni Ambiente 2011) che dirige un gruppo di ricerca governativo del Regno Unito, al Wuppertal Institute (Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in Europa, sempre di Edizioni Ambiente) guidato da Wolfgang Sachs che è stato un allievo di Ivan Illich, per arrivare ai francesi del “Journal la Décroissance” che sicuramente sono i più anticapitalisti. Quello che penso io è sicuramente poco importante, ma i mercati, come le monete, esistevano prima del capitalismo e, per molti prodotti e se ben regolamentati, potrebbero continuare ad avere un ruolo positivo. Il guaio è quando profitto e accumulazione diventano la regola aurea, esclusiva e totalizzante dei rapporti sociali, quando natura e lavoro diventano meri strumenti (coseificazione e alienazione) per l’accrescimento del capitale impiegato nei cicli produttivi. La famosa “distruzione creativa” schumpeteriana – s’è visto – distrugge più di quanto non riesca a creare.

Questo nuovo paradigma socio-economico sembra avvicinarsi alle tesi dei modelli socialisti o comunisti di matrice marxista. In che modo la “decrescita” si sovrappone o si differenzia da queste tesi e dalle sue applicazioni pratiche così come le abbiamo conosciute? (Urss, Cuba, Cina…)
Nonostante intuizioni profetiche – anch’io ho tentato di mettere in relazione marxismo ed ecologismo (“Pensare la decrescita, Carta e Intra Moenia”, 2006, ndr) . Molto più approfondito il libro di Badiale e Bontempelli: “Decrescita e marxismo”; Marx non riesce a liberarsi dal fascino del progresso tecnologico industriale. E credo che si possano far risalire a lui molte responsabilità della parabola dell’esperienza sovietica. Con il “capital comunismo” cinese, invece, credo proprio che il povero Marx non c’entri per nulla. Ho letto che a Cuba si stanno facendo esperienza importanti nel tentativo di riterritorializzare l’economia. Così come entusiasmanti sono le esperienze in corso in Ecuador, dove i diritti di Pacha Mama, la madre terra, sono stati costituzionalizzati.

Insomma dovremmo cominciare a imparare a fare quello di cui abbiamo bisogno con quello che abbiamo?
E’ così, rinunciando definitivamente a mire imperiali, a superiorità coloniali, a ogni sogno di potenza. Alberto Magnaghi (fondatore del movimento territorialista) parla di “autarchia cosmopolita”. L’idea, non è nuova, è quella della confederazione delle autonomie sociali locali. Swadeshi, diceva Gandhi, per indicare l’autodeterminazione dei villaggi. Comunanze, si potrebbero chiamare, ma non chiuse, in reciproco, paritario rapporto tra loro. Bioregioni. Per un’idea di bioumanesimo planetario. La decrescita, insomma, non è solo dematerializzazione, non è solo demercificazione. E’ una direzione di  marcia che segue una idea di società, di individuo, di natura più correlati, più armoniosi.

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<!–:it–>Nostalgie impossibili (www.democraziakmzero.org, 2/10/11)<!–:–>

mercoledì, 5 ottobre 2011 11:16 in Rassegna stampa

di Paolo Cacciari

La finanziarizzazione dell’economia (il passaggio dal capitalismo produttivo generatore di profitti, al capitalismo estrattore di rendite) conferisce al capitalismo un’immagine ingannevole della natura della crisi che induce all’errore anche molti suoi critici.  Mi riferisco all’idea del processo di finanziarizzazione come una degenerazione asportabile, un eccesso moralizzabile, una deviazione correggibile. E non invece – come alcuni avevano già visto: Giovanni Arrighi, ricordato da  Giorgio Gattei in La finanza è il segnale dell’autunno in Contropiano.org  – un sintomo di una crisi dei fondamentali meccanismi di accumulazione e riproduzione capitalistica o, quantomeno, uno spostamento strutturale irreversibile dell’egemonia centrale del sistema dagli Stati Uniti verso le nuove sterminate officine del mondo asiatiche. Un  mutamento epocale come furono quelli studiati da Fernand Braudel da Venezia all’Olanda, alla  Gran Bretagna, agli Stati Uniti. Un tramonto che ci penalizzerà nella divisione internazionale del lavoro e della ricchezza, ma che difficilmente potrà essere frenato, per quanta nostalgia noi si possa avere per i bei tempi passati.

Sentiamo spesso dire: la finanza, gli operatori del credito, i rentiers, i detentori di azioni hanno preso il sopravvento sull’economia reale, quella che produce e vende beni e servizi, soffocando la vecchia buona economia industriale e privando di risorse al glorioso stato sociale che abbiamo visto prosperare dal secondo dopoguerra. Se mai lo è stato, il denaro ha smesso di essere uno strumento “neutro” per facilitare lo scambio tra le merci sul mercato (nel rapporto classico D-M-D’, dove D’ è maggiore di D grazie ad un surplus tra costi di produzione e prezzi di vendita, come ci hanno insegnato a scuola in prima ragioneria e che poi abbiamo ritrovato conferma in Karl Marx), ma saremmo in un sistema economico in cui il denaro verrebbe  generato dalla vendita stessa del denaro: una sorta di miracoloso: D-D’-D’’. “Fare soldi con i soldi”, senza passare per i cicli di produzione e consumo delle merci, è infatti la specialità delle Borse. Con infiniti trucchi e passaggi di mano chi impresta soldi riesce ad ottenere rendimenti consistenti, a volte stellari (20 -25%), sempre comunque superiori a quelli che otterrebbe investendo in attività economiche reali, in macchinari, opere, servizi. Da qui la disaffezione dei possessori di capitali per gli investimenti “produttivi”. Insomma, a livello planetario sta agendo una catena di usurai che riesce ad intercettare la ricchezza esistente, i risparmi delle persone e i profitti delle imprese, promettendo rendite alte e facili, oltre, naturalmente, a lucrare per se stessa commissioni milionarie. Peggio che in un casinò; qui non c’è rischio, siamo in una bisca dove il banco è nelle mani dei biscazzieri.

A loro volta le imprese e le amministrazioni pubbliche che  ricorrono al credito per ottenere i denari necessari per produrre le loro mercanzie e fornire servizi al pubblico sono costrette a pagare cifre esorbitanti di interessi alle banche. Si genera così quel circolo vizioso che alimenta le rendite finanziarie e deprime le economie reali. L’economia del debito, appunto. Ma ciò può funzionare solo e fino a che le “aspettative” di un futuro atteso più prospero, profittevole e pagatore hanno un margine di credibilità. La chiamano “fiducia”. Se invece i debitori cominciano ad essere insolventi, tutto il castello crolla.

Questa rappresentazione è certo veritiera, ma temo sia molto parziale. E’ vero che manipoli di spregiudicati speculatori si sono impadroniti del sistema  del credito, grazie alla deregolamentazione del settore avviata dal presidente Clinton agli inizi degli anni’90 (o forse ancora prima, già con la fine della convertibilità del dollaro con l’oro, 1971) per mezzo della privatizzazione delle banche e l’autonomizzazione delle stesse Banche centrali, sulla scia del trionfo dell’ideologia neoliberista egemone dagli anni ‘80. Ma se fosse solo così, per far rinascere le vecchie potenze occidentali basterebbe tagliare gli artigli ai fondi speculativi, affondare i paradisi fiscali, tassare le transizioni finanziarie, vietare le compravendite di titoli di credito e di azioni  senza denaro, ripristinare controlli statali, rinazionalizzare le banche, azzerare l’”orgia finanziaria”, insomma “moralizza

re” un po’ il settore.

Mi viene un dubbio: siamo sicuri che se anche i governi dei paesi a capitalismo maturo ritrovassero la strada del buon vecchio capitalismo industriale, tutto tornerebbe ai rimpianti tempi d’oro dell’economia fondata sul lavoro, la piena occupazione, i consumi di massa, la democrazia, magari anche con l’aggiunta di un po’ di green economy? Siamo sicuri che tolti di mezzo gli odiosi speculatori e scoppiate le bolle finanziarie tutto tornerebbe come prima ai tempi dei compromessi equi tra profitti e salari? Siamo sicuri che le vecchie rassicuranti  old left socialdemocratiche ,  tornerebbero a governare le nazioni occidentali? Con quali denari si finanzierebbe una economia del debito seppur di tipo keynesiano, se i margini di produttività e di profittabilità del capitale industriale occidentale sono inevitabilmente destinati a soccombere nella competizione globale con i capitalismi emergenti?

Temo che la situazione sia diventata più complicata. Temo che la finanziarizzazione dell’economia non si la causa, ma solo il sintomo (che si è gonfiato nel tempo) che nasconde un malfunzionamento profondo, strutturale del sistema. La finanziarizzazione è come una tossina che l’organismo emette per tentare di mascherare il male mortale che l’ha colpito. Un succedaneo che crea un’illusione di buona salute, ma che in realtà prolunga solo la sua agonia. Una droga, appunto. Tolta la droga rimarrebbe la tossicodipendenza.

Qual è allora il male profondo che ha colpito il sistema economico capitalistico almeno in Occidentale? Io credo che sia l’esaurirsi definitivo della sua possibilità di crescita. Un blocco dei meccanismi di riproduzione, almeno in questa parte del mondo. E non si dice poco, visto che la teoria e la storia del sistema economico capitalistico si fondano sulla possibilità di una crescita continua ed esponenziale dei profitti. Senza crescita niente profitti, niente accumulazione, niente investimenti, niente riproduzione.  In questo sistema, senza crescita chi si ferma muore. Il sistema capitalistico non concepisce un’economia stazionaria, conservazionistica, di manutenzione.

Per il capitalismo quello che si ha a disposizione non è mai abbastanza, non è mai sufficiente. Non ci possono essere limiti, né geofisici, né psicologici, né etici all’appropriazione, all’aumento della produttività, all’intensificazione dello sfruttamento dei fattori produttivi: terra e lavoro. Nell’economia capitalistica bisogna sempre produrre e vendere un di più di merci. Creare eccedenze. Per questo bisogna giocare sugli infiniti desideri di possesso degli individui frustrandoli continuamente. Bisogna renderli infelici per costringerli a “compensare” la loro condizione di schiavitù  più o meno volontaria passando al supermercato. Il guaio è che popolazioni sterminate dell’oriente, nelle officine globalizzate della Cina, dell’India dei “paesi emergenti” hanno ben presto imparato da noi come si fa a vincere la competizione globale e stanno producendo loro quei surplus reali, quei profitti e quelle eccedenze pesanti, che nel decadente Occidente post-industriale riusciamo solo ad intercettare con operazioni di rapina finanziaria, con il signoraggio del dollaro, con altri espedienti truffaldini e con la minaccia della unica potenza reale rimasta in occidente che sono gli armamenti Usa.

Avete dei dubbi? Bene, basta controlalre con attenzione la provenienza dei nostri computer, dei nostri calzini, per non parlare del petrolio da cui distillano la benzina, accertate da dove vengono le istruzioni del call center della nostra carta di credito, le celle di silicio del pannello solare che abbiamo appena installato sul tetto. E così via. La finanziarizzazione ha creato l’illusione che noi si viva in una economia fantastica ormai de-materializzata e che i soldi cadano dal cielo. E invece preleviamo sempre più risorse naturali dal pianeta, produciamo sempre più quantità di scarti e rifiuti, viviamo in un “incubo energetico” costituito dall’aumento dei consumi di combustibili fossili, pratichiamo stili di vita sempre più dipendenti da “protesi tecnologiche” di varia natura, non siamo più capaci di farci le cose da soli, abbiamo relazioni sociali sempre più deboli e sterili. La vera crisi è questa: non riuscire ancora ad affrancarsi dal paradigma falso e bugiardo della crescita infinita che ci sta trascinando in una decadenza senza darci alternative.

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