Latouche: "Recessione non è decrescita"

giovedì, 5 gennaio 2012 10:36 in Rassegna stampa

di Claudio Giorno da www.democraziakmzero.org Nei giorni di Natale e Santo Stefano non escono i giornali e così la seguitissima rubrica “Prima pagina” di Radio 3 ha preso spunto da alcune domande inevase o trattate frettolosamente nei giorni precedenti per approfondimenti e interviste. Leggi il resto di questa voce →

<!–:it–>Green o bank economy?<!–:–><!–:en–>Green o bank economy? <!–:–>

giovedì, 17 novembre 2011 13:13 in Rassegna stampa

di Paolo Cacciari

da www.lindro.it

Da bravo cittadino ho deciso finalmente di mettermi i pannelli fotovoltaici (quelli termici, per l’acqua calda ce li ho già con mia soddisfazione da qualche anno) e ho chiesto qualche preventivo scoprendo che alcune ditte sono più interessate a presentare proposte finanziarie che non pannelli solari. Sono cioè, in un modo o in un altro degli intermediari finanziari; vendono prestiti per conto di qualche banca. Ti spiegano che puoi installare l’impianto senza scucire un soldo subito, poi, grazie agli incentivi pubblici e ai risparmi nella bolletta, pagherai un po’ per volta, ma sempre meno di quello che dovresti pagare per l’energia. Insomma, l’impianto te lo mettono sul tuo tetto, gli incentivi se li fanno dare dal governo, l’utile se lo mangiano loro: le banche.

Un installatore mi ha predisposto uno schema indicate i “flussi di cassa” del mio impianto con o senza il ricorso ad un finanziamento bancario. Senza, cioè usando soldi miei, senza indebitarmi, il rientro dell’investimento (calcolando il risparmio sulla bolletta e gli incentivi statali) avverrebbe già tra il sesto e il settimo anno. Ricorrendo al prestito tra il sedicesimo e il diciassettesimo anno. Tenete conto che le capacità produttive dei pannelli comincia a calare già dopo vent’anni. Insomma, la green economy, anche quella domestica, è già stata predata dalle banche.

Non basta. L’altra triste sorpresa sono stati i consigli degli installatori: sovradimensionare l’impianto oltre le effettive necessità dell’utenza. Ragionamento: aggiungere pannelli costa poco, l’energia consumata è gratis, quindi ci possiamo mettere in casa anche un condizionatore d’aria, un frullatore nuovo, una pompa per innaffiare il prato… tanto la corrente c’è.

Gli scienziati lo chiamano effetto rebulding, rimbalzo. O illusione tecnologica. Lo aveva scoperto già a metà dell’800, William S.Jevons (1865), di fronte a quanti non si riuscivano a spiegare il paradosso per cui le nuove e più efficienti macchine a vapore non avessero come effetto la diminuzione dell’uso del carbone, con il suo fastidioso carico di inquinamento. Disse Jevons: “La resa maggiore delle caldaie a vapore fa aumentare la loro utilità, quindi la loro diffusione e i consumi totali di carbone”. E Martinez Alliez ci ha avvertito molte volte che l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.

Quante volte ci hanno promesso miracolose soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali? La combinazione computer più web con la posta elettronica avrebbe fatto scomparire l’uso della carta. Vero in teoria, ma contemporaneamente è stata enormemente facilitata la stampa. Risultato: da quando ci sono i computer il consumo di carta si è decuplicato. E si potrebbero fare tanti altri semplici esempi: è vero che la marmitta catalitica applicata al tubo di scappamento fa diminuire il particolato pesante emesso dalla mia automobile, ma se contemporaneamente vengono immesse in circolazione milioni di autoveicoli in più il bilancio complessivo delle polveri sottili inalabili peggiora. Rimanendo nel campo della mobilità: è vero che oggi una automobile consuma meno carburante, ma è stato dimostrato che questi risparmi l’automobilista li impiega per percorrere più chilometri.

Insomma, non bastano le nuove tecnologie green, clean-tec, rinnovabili, sostenibili ecc. ecc. Se vengono fatte proprie dalla logica finanziaria, che richiede rendimenti sempre crescenti del capitale prestato e investito, esse saranno sempre usate per incrementare i consumi, le merci in circolazione, gli utili d’impresa. Fare business con l’ambiente visto come un nuovo marketing, è esattamente il l’opposto di mettere la preservazione della biosfera in testa alle priorità. Una schiera di uomini d’affari hanno assoldato tecnologi con l’intento di “fare soldi salvando il mondo”. Ne è venuto fuori una linea pubblicitaria più ingannevole delle altre. I sostenitori del “capitalismo naturale” sperano in un mercato di beni e servizi a impatto zero, a produzioni a ciclo chiuso, a rinvestimenti degli utili nella rigenerazione degli stock di riserve naturali. Ma è concepibile affidare questi obiettivi ad un sistema che ha la propria ragion d’essere nell’aumento indefinito (crescita illimitata) del ciclo produzione-consumi, quale che sia l’oggetto dello scambio mercantile, indifferente allo stesso valore d’uso delle cose e al suo contenuto di entropia? Ci ricordava Wolfgang Sachs che: “ogni unità di guadagno produce nuova espansione”. Ha scritto un sociologo dell’ambiente , Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso”

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!–:en–>Green o bank economy?

Da bravo cittadino ho deciso finalmente di mettermi i pannelli fotovoltaici (quelli termici, per l’acqua calda ce li ho già con mia soddisfazione da qualche anno) e ho chiesto qualche preventivo scoprendo che alcune ditte sono più interessate a presentare proposte finanziarie che non pannelli solari. Sono cioè, in un modo o in un altro degli intermediari finanziari; vendono prestiti per conto di qualche banca. Ti spiegano che puoi installare l’impianto senza scucire un soldo subito, poi, grazie agli incentivi pubblici e ai risparmi nella bolletta, pagherai un po’ per volta, ma sempre meno di quello che dovresti pagare per l’energia. Insomma, l’impianto te lo mettono sul tuo tetto, gli incentivi se li fanno dare dal governo, l’utile se lo mangiano loro: le banche.

Un installatore mi ha predisposto uno schema indicate i “flussi di cassa” del mio impianto con o senza il ricorso ad un finanziamento bancario. Senza, cioè usando soldi miei, senza indebitarmi, il rientro dell’investimento (calcolando il risparmio sulla bolletta e gli incentivi statali) avverrebbe già tra il sesto e il settimo anno. Ricorrendo al prestito tra il sedicesimo e il diciassettesimo anno. Tenete conto che le capacità produttive dei pannelli comincia a calare già dopo vent’anni. Insomma, la green economy, anche quella domestica, è già stata predata dalle banche.

Non basta. L’altra triste sorpresa sono stati i consigli degli installatori: sovradimensionare l’impianto oltre le effettive necessità dell’utenza. Ragionamento: aggiungere pannelli costa poco, l’energia consumata è gratis, quindi ci possiamo mettere in casa anche un condizionatore d’aria, un frullatore nuovo, una pompa per innaffiare il prato… tanto la corrente c’è.

Gli scienziati lo chiamano effetto rebulding, rimbalzo. O illusione tecnologica. Lo aveva scoperto già a metà dell’800, William S.Jevons (1865), di fronte a quanti non si riuscivano a spiegare il paradosso per cui le nuove e più efficienti macchine a vapore non avessero come effetto la diminuzione dell’uso del carbone, con il suo fastidioso carico di inquinamento. Disse Jevons: “La resa maggiore delle caldaie a vapore fa aumentare la loro utilità, quindi la loro diffusione e i consumi totali di carbone”. E Martinez Alliez ci ha avvertito molte volte che l’efficienza energetica e produttiva può accrescere a livello micro, mentre l’aumento del volume complessivo delle merci prodotte fa diminuire l’efficienza macro-economica.

Quante volte ci hanno promesso miracolose soluzioni tecnologiche ai problemi ambientali? La combinazione computer più web con la posta elettronica avrebbe fatto scomparire l’uso della carta. Vero in teoria, ma contemporaneamente è stata enormemente facilitata la stampa. Risultato: da quando ci sono i computer il consumo di carta si è decuplicato. E si potrebbero fare tanti altri semplici esempi: è vero che la marmitta catalitica applicata al tubo di scappamento fa diminuire il particolato pesante emesso dalla mia automobile, ma se contemporaneamente vengono immesse in circolazione milioni di autoveicoli in più il bilancio complessivo delle polveri sottili inalabili peggiora. Rimanendo nel campo della mobilità: è vero che oggi una automobile consuma meno carburante, ma è stato dimostrato che questi risparmi l’automobilista li impiega per percorrere più chilometri.

Insomma, non bastano le nuove tecnologie green, clean-tec, rinnovabili, sostenibili ecc. ecc. Se vengono fatte proprie dalla logica finanziaria, che richiede rendimenti sempre crescenti del capitale prestato e investito, esse saranno sempre usate per incrementare i consumi, le merci in circolazione, gli utili d’impresa. Fare business con l’ambiente visto come un nuovo marketing, è esattamente il l’opposto di mettere la preservazione della biosfera in testa alle priorità. Una schiera di uomini d’affari hanno assoldato tecnologi con l’intento di “fare soldi salvando il mondo”. Ne è venuto fuori una linea pubblicitaria più ingannevole delle altre. I sostenitori del “capitalismo naturale” sperano in un mercato di beni e servizi a impatto zero, a produzioni a ciclo chiuso, a rinvestimenti degli utili nella rigenerazione degli stock di riserve naturali. Ma è concepibile affidare questi obiettivi ad un sistema che ha la propria ragion d’essere nell’aumento indefinito (crescita illimitata) del ciclo produzione-consumi, quale che sia l’oggetto dello scambio mercantile, indifferente allo stesso valore d’uso delle cose e al suo contenuto di entropia? Ci ricordava Wolfgang Sachs che: “ogni unità di guadagno produce nuova espansione”. Ha scritto un sociologo dell’ambiente , Giorgio Osti, che in passato è stato pure molto critico con i sostenitori della decrescita: “Temo che il potenziamento dell’industria verde, se non intacca il tabù della moltiplicazione delle merci, possa fare ben poco. Il problema consiste nel produrre meno in assoluto e produrre merci che abbiano un valore d’uso”.

Paolo Cacciari

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<!–:it–>Il movimento per la decrescita verso Venezia 2012 (www.estnord.it, 13/04/2011)<!–:–>

venerdì, 9 settembre 2011 15:49 in Rassegna stampa

di Paolo Cacciari
Si terrà a Venezia, dal 19 al 23 settembre del 2012, la 3a conferenza internazionale sulla decrescita economica per la sostenibilità ecologica e l’equità sociale. Dopo Parigi [2008] e Barcellona [2010], a scadenza biennale, i “partigiani della decrescita” – come li definisce Serge Latouche – si ritroveranno nelle aule dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, sotto la sovraintendenza dell’associazione Research & Degrowth che fa riferimento a Martinez Alier [l’autore di L’ecologia dei poveri].

Il progetto italiano [che è stato preferito ad altri proposti da gruppi canadesi, belgi, tedeschi…] è stato elaborato dall’Associazione per la decrescita [Bonaiuti, Deriu, Tamino, Castagnola, Nilia…] ed è co-promosso dall’IUAV e dall’Università di Udine, dal Comune di Venezia [assessorati all’ambiente e alla programmazione strategica, rispettivamente di Bettin e Ghetti], dall’Arci, da Kuminda e dalle associazioni locali Spiazzi Verdi e Sesterzo che sono impegnate a promuovere per lo stesso periodo una miriade di eventi diffusi nel territorio veneziano [festival, fiere, incontri] dedicati al mondo dell’economia solidale e morale. Ma la partecipazione di altri partner è ancora del tutto aperta. A fine maggio a Terra Futura a Firenze si terrà una assemblea di tutti i possibili partner della Conferenza. L’idea è di promuovere un percorso di avvicinamento a Venezia 2012 con tappe di approfondimento e preparazione.

Titolo generale scelto per la conferenza: “La grande trasformazione. La decrescita come passaggio di civiltà”. Comunicazioni, gruppi di lavoro e papers si svolgeranno seguendo tre assi principali: Commons, Work, Democracy. Nel tentativo, cioè di immaginare la società della decrescita e di declinare il più concretamente possibile le politiche necessarie alla sua realizzazione.

Come si sa, l’idea della decrescita vive una fase paradossale: da una parte non c’è chi non si renda conto che non sia necessario un decremento dei flussi di materia e di energia da impegnare nei cicli produttivi e di consumo, dall’altra parte tutte le principali istituzioni economiche e pubbliche-statali continuano a puntare sulla crescita economica come soluzione di tutte le crisi [finanziarie, occupazionali, alimentari, ambientali…] che imperversano nel mondo. La politica sembra essere schiava di una coazione volta a riprodurre i meccanismi perversi dell’economia capitalistica. Ci si affida alle “tecnologie verdi” e, più in generale, alla ricerca scientifica come se fossero la divina provvidenza, senza rendersi conto che la logica mercantile che presiede il loro finanziamento le condanna automaticamente ad incrementare [non a ridurre] il monte complessivo delle produzioni e dei consumi, provocando quell’effetto moltiplicatore, “rebound” [che l’economista William Stanley Jevons aveva teorizzato a metàottocento studiando le conseguenze del miglioramento di efficienza delle macchine a vapore].

Affidarsi al mercato per risolvere i guai che il mercato stesso provoca, non sembra essere una soluzione intelligente.

Ma anche tra i sostenitori della decrescita il dibattito è aperto. Così come non tutti danno per scontata la valenza anticapitalistica della decrescita, altri non credono che la si potrà mai intraprendere con metodi consensuali e autogestionali. Decisivo, quindi, sarà il confronto sul tema del lavoro e della democrazia. È evidente che se vogliamo che la decrescita non sia confusa con recessione e miseria [ma, al contrario, piena realizzazione delle facoltà di ogni essere umano] e tantomeno dittatura di nessuna elite di sapienti [ma, al contrario, autonomia di ogni individuo e autodeterminazione delle comunità sarànecessario che temi come quelli dell’occupazione e del reddito e delle forme di partecipazione e del governo della cosa pubblica, raggiungano livelli di elaborazione, comprensione e credibilitàtali da vincere il confronto con le politiche attualmente prevalenti. E non ci convince nemmeno l’attesa che transiti lungo il fiume il cadavere del nemico. Sia perchéla piena del fiume rischia di essere cosìgrande da travolgere anche noi, sia perché [come ha scritto Zizek] le crisi non sempre producono una presa di coscienza: «la prima reazione della gente non è sbarazzarsi dell’ideologia egemone, ma di aggrapparsi ad essa ancor più disperatamente». Come spiegava Freud, in una situazione di panico vince colui che fornisce sicurezze immediate, ancorché false. Insomma non c’è una via alla decrescita che non sia scelta, consapevole, determinata.

Per contatti: venezia2012@decrescita.it

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<!–:it–>Al di là della crescita: a Berlino il primo congresso di Attac (www.ilcambiamento.it, 25/05/2011)<!–:–>

venerdì, 9 settembre 2011 15:26 in Rassegna stampa

di Elisa Magrì

Si è svolto a Berlino, presso la Technische Universität, dal 20 al 22 Maggio, il primo congresso di Attac, il movimento per il cambiamento ecologista, solidale e pacifista che conta 90.000 membri in 50 Paesi diversi. Particolarmente attivo in Germania, Attac ha dedicato il suo primo congresso al tema Jenseits des Wachstums!? (Al di là della crescita!?), attirando una notevole attenzione, almeno a giudicare dal numero degli iscritti: circa 2500, fra cui moltissimi giovani.

congresso attac

Le domande rilanciate da Attac non erano delle più semplici: in che modo si può ripensare oggi una post-economia della crescita, che faccia salvi i diritti sociali, la giustizia ecologica e la qualità della vita? Come dovrebbero essere riconfigurati il mondo del lavoro, il sistema finanziario, i rapporti di genere e la sfera della sicurezza sociale al fine di tirarci fuori dall'impasse del presente?

Quesiti impegnativi, ma essenziali, per i quali Attac si propone di elaborare delle soluzioni coerenti e concrete, collocandosi così a pieno titolo nel dibattito europeo inaugurato dalla Sustainable Development Commission in Gran Bretagna e dalla Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress in Francia.

L'evento di Berlino era strutturato in due differenti sezioni caratterizzate da specifiche tipologie di discussione, così che i partecipanti potevano combinare i workshops di analisi e di critica della crescita economica, con i dibattiti sulle alternative, le visioni e le strategie per il futuro. Ad intervenire più di cento relatori, fra economisti, sociologi, attivisti e cittadini provenienti dall'Europa all'America latina. Un evento notevole, che ha visto, fra l'altro, la partecipazione di Vandana Shiva e Alberto Acosta, giunti entrambi venerdì per esprimere i saluti e introdurre l'avvio dei lavori.


Vandana Shiva ha posto l'accento sul muro che ancora richiede di essere raso al suolo per poter edificare una nuova realtà

Vandana Shiva ha subito posto l'accento sul muro che ancora richiede di essere raso al suolo per poter edificare una nuova realtà: la barriera delle illusioni, quelle che autorizzano le speculazioni di denaro e debiti a danno dell'economia naturale, basata sull'equilibrio e non sullo spreco ed il consumo selvaggi.

La studiosa indiana ha portato l'esempio del suo Paese, la cui crescita si regge al 90% sulla distruzione delle risorse naturali, innescando un processo che rende i cittadini prigionieri, perché condannati a possedere cose (auto, cellulari, oggetti di consumo), ma senza la possibilità di un lavoro dignitoso. Così l'India, la terra del cotone per antonomasia, ha visto crescere il costo delle sementi a partire dagli anni Ottanta, mentre la varietà biologica viene gradualmente distrutta ed aumenta la criminalità a causa delle mancate condizioni di salute e sazietà.

Dal canto suo, Alberto Acosta ha preso posizione contro il sistema capitalistico, che è alla base dell'attuale economia della crescita. Secondo l'economista dell'Ecuador occorre ridefinire il progresso attraverso nuovi stili di vita, facendo proprio il buen vivir tanto caro alla tradizione indigena, la quale è sempre più in via di estinzione. Significa godere della qualità della vita in quanto ci si sente parte dell'ecosistema, senza distruggerlo per puro profitto.

Sono questi gli stimoli che i diversi tavoli di studio dovevano approfondire ed esaminare, pur fra alcune controversie e difficoltà. Perché, se è vero che negli slogan è facile riconoscerci, diverso è delineare nel merito le strategie da adottare.

Un aspetto saliente, che spesso ha acceso le discussioni e si è rivelato principale ostacolo per il raggiungimento dell'accordo, riguarda proprio la nozione di 'crescita'. È davvero opportuno parlare di una post-economia della crescita, oppur

e bisogna ripensare radicalmente il modello attuale nel quale viviamo, riconfigurando ciò che deve crescere da quel che deve essere ridotto?

L'opposizione fra Schrumpfung (crescita negativa) e Wachstum (crescita positiva) è stata fatta propria dalla rappresentante della Rosa Luxemburg Stiftung, Sabine Reiner, che ha rilanciato Keynes e la necessità di aprire nuove trattative sul lavoro. Ma, per risanare la situazione del lavoro, Sabine Reiner non intende il sistema capitalista un avversario, bensì un mezzo che si può opportunamente usare.


Il congresso Attac ha rappresentato un'occasione per riflettere sulle strategie della decrescita e sulla crisi dell'attuale modello economico

Di diverso avviso Niko Paech, economista dell'Università di Oldenburgh, che ha invece insistito sull'urgenza di avviare la demonetarizzazione dei rapporti sociali ed economici. Nico Paech ha illustrato la necessità di una Kopernikanische Wende, una rivoluzione copernicana che si attui nella cultura, come imperativo etico, spingendo tutti ad adottare stili di vita radicalmente nuovi: abbandonare l'auto, diventare vegetariani, condividere i mezzi materiali, seguire il modello delle Transition Towns.

È la cultura della sussistenza in antitesi a quella della sopravvivenza, perché dà valore al tempo, ai rapporti sociali ed alle attività manuali. In questo modo, una volta che tali stili si siano affermati individualmente fino a raggiungere la maggioranza all'interno di una comunità, la politica non potrà fare a meno di applicarli, avendone saggiato il successo.

Abbandonare la moneta per mettere fuori uso il capitalismo, sostiene Paech, ma come bisogna affrontare il sistema finanziario e il dilagare del debito? La crisi attuale è stata sinteticamente delineata da Christian Zeller dell'Università di Salisburgo, che ha mostrato come la politica economica neoliberale sia, in sostanza, un'economia del debito permanente, contro la quale è indispensabile richiedere: una moratoria per l'annullamento dei debiti illegittimi (quelli che ricadono sui privati cittadini, benché non provocati da loro); la riappropriazione pubblica del credito; la tassazione delle transazioni finanziarie e la chiusura definitiva dei paradisi fiscali per mezzo di politiche europee adeguate.


Al congresso sono intervenuti più di cento relatori, fra economisti, sociologi, attivisti e cittadini provenienti da ogni parte del mondo

Una posizione affine a quella di Filka Sekulova dell'Università di Barcellona, secondo la quale la decrescita significa, anzitutto, rendere il mercato finanziario meno rilevante mediante forme diverse di investimenti e precise regolamentazioni, in linea con quelle proposte nel 2010 da Basilea 3, il Comitato per la supervisione bancaria (come la liquidità a breve e i requisiti di capitale).

Sono solo alcune delle voci che hanno animato il dibattito dello scorso fine settimana a Berlino, destando interesse e curiosità, ma anche molte perplessità. Sotto diversi aspetti il congresso avrebbe dovuto offrire un maggiore approfondimento dei temi trattati, spesso illustrati in modo troppo generico e frettoloso. Non a caso le domande del pubblico invitavano i relatori ad andare oltre (non solo oltre la crescita, evidentemente), ad illustrare nel merito le strutture cui si faceva riferimento e a non dare troppo per scontati concetti chiave come capitalismo, eguaglianza e bisogni.

Ma proprio quest'esigenza diffusa di analisi e concretezza è il segnale di un'ansia di partecipazione e di cambiamento reale avvertiti fra giovani e meno giovani. Un esempio visibile di ciò lo hanno dato i volontari che hanno organizzato il congresso e i tanti ragazzi all'opera nella preparazione del pranzo e dei rinfreschi vegetariani e vegani, preparati nel cortile dell'Università con fornelli a gas e serviti in scodelle di latta. Una vera Volksküche, cucina popolare, cui tutti erano invitati a dare una mano.

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