<!–:it–>"Il cerchio e la linea", la natura come valore esistenziale<!–:–>

martedì, 29 novembre 2011 10:58 in Rassegna stampa

Tiziana Banini, Il cerchio e la linea. Alle radici della questione ambientale, Aracne, 2011, pp 567,  Euro 33 di Paolo Cacciari  Finalmente un testo di base di ecologia umana, di bio-antropologia o di bioumanesimo, a dir si voglia. Un testo antologico indispensabile per le scuole di ogni ordine e grado, ma anche per ambientalisti, politici e quanti abbiano voglia di capire dove nasce e come si sviluppa il pensiero ecologico.

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<!–:it–>L’obbedienza civile di Napoli<!–:–><!–:en–>L’obbedienza civile di Napoli<!–:–>

domenica, 27 novembre 2011 07:35 in Rassegna stampa

di Alberto Lucarelli * (da il manifesto, 26_11_11) La manifestazione di Roma per l'acqua, i beni comuni e la democrazia per il rispetto dell'esito referendario costituisce un segnale decisivo per il Paese per una nuova politica possibile. Migliaia di cittadini sfileranno per le strade della Capitale per affermare la propria volontà di partecipazione, al culmine di una stagione politica che li ha visti troppe volte esclusi dai principali processi decisionali. Leggi il resto di questa voce →

<!–:it–>Il 26 novembre ancora in piazza per l’acqua<!–:–>

lunedì, 21 novembre 2011 14:04 in News

Il 26 novembre ancora in piazza per l’acqua.

Si torna in piazza per l’acqua il 26 novembre a Roma. Il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua invita alla mobilitazione per chiedere il rispetto dell’esito referendario.


Il 12 e 13 giugno scorsi la maggioranza assoluta del popolo italiano ha votato per l’uscita dell’acqua dalle logiche di mercato, per la sua affermazione come bene comune e diritto umano universale e per una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico.

Un voto netto e chiaro, con il quale 27 milioni di donne e uomini, per la prima volta dopo decenni, hanno ripreso fiducia nella partecipazione attiva alla vita politica del nostro paese e hanno indicato un’inversione di rotta rispetto all’idea del mercato come unico regolatore sociale.

Ad oggi nulla di quanto deciso ha trovato alcuna attuazione: la legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua continua a giacere nei cassetti delle commissioni parlamentari, gli enti locali – ad eccezione del Comune di Napoli – proseguono la gestione dei servizi idrici attraverso S.p.A. e nessun gestore ha tolto i profitti dalla tariffa.

Non solo. Con l’alibi della crisi e dei diktat della Banca Centrale Europea, il Governo ha rilanciato, attraverso l’art. 4 della manovra estiva, una nuova stagione di privatizzazioni dei servizi pubblici locali, addirittura riproponendo il famigerato”Decreto Ronchi” abrogato dal referendum.
Governo e Confindustria, poteri finanziari e lobbies territoriali, resisi conto che il popolo ha votato contro di loro, hanno semplicemente deciso di abolire il popolo, producendo una nuova e gigantesca espropriazione di democrazia.

Il risultato referendario deve essere rispettato e trovare immediata applicazione
Per questo, il movimento per l’acqua si prepara a lanciare la campagna nazionale “Obbedienza civile”, ovvero una campagna che, obbedendo al mandato del popolo italiano, produrrà in tutti i territori e con tutti i cittadini percorsi auto organizzati e collettivi di riduzione delle tariffe dell’acqua, secondo quanto stabilito dal voto referendario.

Quello che avviene per l’acqua è solo il paradigma

di uno scenario più ampio dentro il quale si colloca la crisi globale. Un sistema insostenibile è giunto al capolinea. I poteri forti invece di prenderne atto invertendo la rotta, ne hanno deciso la prosecuzione, attraverso la continua restrizione del ruolo del pubblico a colpi di necessità imposte dalla riduzione del debito e dai patti di stabilità, la consegna dei beni comuni al mercato, tra cui la conoscenza e la cultura, lo smantellamento dei diritti del lavoro anche attraverso l'art. 8 della manovra estiva, la precarizzazione dell’intera società e la conseguente riduzione degli spazi di democrazia.

Indietro non si torna. Dalla crisi non si esce se non cambiando sistema, per vedere garantiti: il benessere sociale, la tutela dei beni comuni e dell’ambiente, la fine della precarietà del lavoro e della vita delle persone, un futuro dignitoso e cooperativo per le nuove generazioni.

Un altro modello di società è necessario per l’intero pianeta. Insieme proveremo a costruirlo anche nei prossimi appuntamenti internazionali, come la conferenza sui cambiamenti climatici di Durban di fine novembre e a Marsiglia nel Forum Alternativo Mondiale dell'acqua a Marzo 2012.

Siamo vicini ai popoli che subiscono violenze, ingiustizie e vengono privati del diritto all’acqua come in Palestina, di cui ricorre il 26 novembre la Giornata internazionale di solidarietà proclamata dall’Assemblea della Nazioni Unite.

Per tutti questi motivi il popolo dell’acqua tornerà in piazza il prossimo 26 novembre e invita tutte e tutti a costruire una grande e partecipata manifestazione nazionale.


Vogliamo che sia il luogo di tutte e di tutti, da qui l’invito a costruirlo insieme, come sempre è stata l’esperienza del movimento per l’acqua. Un movimento che ha sempre praticato la radicalità nei contenuti e la massima inclusione, con modalità condivise, allegre, pacifiche e determinate nelle forme di mobilitazione, considerando le une inseparabili dalle altre.
Per questo, nel prepararci a costruire l’appuntamento con la massima inclusione possibile, altrettanto francamente dichiariamo indesiderabile la presenza di chi non intenda rispettare il modo di esprimersi di questa ricchissima esperienza.

Vogliamo costruire una giornata in cui siano le donne e gli uomini di questo paese a riprendersi la piazza e la democrazia, invitando ad essere presenti tutte e tutti quelli che condividono questi contenuti e le nostre forme di mobilitazione, portando le energie migliori di una società in movimento, che, tra la Borsa e la Vita, ha scelto la Vita.

E un futuro diverso per tutte e tutti.

Per info e adesioni scrivere a segreteria@acquabenecomune.org

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<!–:it–>Crescita e lavoro, due ricette senza senso<!–:–><!–:en–>Crescita e lavoro, due ricette senza senso<!–:–>

giovedì, 17 novembre 2011 13:23 in Rassegna stampa

 di Carla Ravaioli   su Liberazione 30_09_11

Da qualche tempo un numero crescente di voci, in vario modo e da posizioni diverse, si esprime criticamente nei confronti della linea economica dominante, data come socialmente iniqua e ecologicamente distruttiva, nell'insieme segnalando una tendenza a porre in dubbio convinzioni e scelte politiche, dai più finora accettate come “normali”. Penso ad esempio alle posizioni più o meno esplicite di alcuni importanti organi della stampa internazionale. Ne cito qualcuno.

The Nation, avendo nel giugno scorso quasi per gioco invitato i lettori a “reimmaginare il capitalismo”, per molti numeri è stato inondato di risposte tutt'altro che giocose, anzi duramente critiche e spesso dichiaratamente desiderose di vedere la fine dell'impianto economico attuale. In agosto sul Wall Street Journal Nouriel Rubini parlava di un capitalismo ormai pervenuto a un livello di autodistruttività forse irrecuperabile. Nello stesso periodo The Guardian ripetutamente si occupava del commercio clandestino di armi, come di una delle più lucrose fonti attuali di ricchezza. “E' terminale la crisi del capitalismo?” si domandava di recente il teologo Leonardo Boff, pubblicato su Other News di Roberto Savio; il quale nella stessa sede riprendeva un documentatissimo atto d'accusa, firmato da Badriya Khan, “The world is over-armed – The World is over-hungry”. “La fine del progresso”, si intitola un intervento di Zygmund Bauman su La Repubblica del 17 settembre; e sul “Venerdì” dello stesso foglio Giorgio Bocca parla di «crisi ormai galoppante e conclamata del capitalismo». “L'economia uccide più delle bombe”, afferma l'invito alla prossima “Marcia per la pace” Perugia-Assisi. “Benessere senza crescita?” è il tema della prossima sessione dei Colloqui di Dobbiamo (1 – 2 ottobre). Non mi paiono novità da poco.


Sempre più numerosi sono anche i libri, in vario modo impegnati a dimostrare l'insostenibilità del sistema economico mondiale. Mentre si ripubblica Miserie della mondializzazione (Milano 2009) notissimo lavoro a molte voci, da Latouche a Samir Amin a Chomsky a Wallerstein, il pachistano Ahmed Rashid dettagliatamente descrive il fallimento dell'Occidente nel “Sud” del mondo (Caos Asia, Milano 2008); il filosofo Slavoj Zizek analizza la sostanziale irrazionalità del capitalismo globale (Dalla tragedia alla farsa, Milano 2010); Il caos prossimo venturo (Vicenza 2007), firmato dall'indiano Prem Shankar Jha, con inesorabile chiarezza legge i problemi creati dalla globalizzazione capitalista; Capitale fittizio e crisi del capitalismo, di Loren Goldner (Torino 2007), descrive un'economia che segna «una crescente regressione dell'essere umano». Analoghe convinzioni illustra Hervé Kempf, in un libro il cui titolo, Per salvare il pianeta dobbiamo farla finita con il capitalismo (Milano 2010), non lascia dubbi. L'inesorabile distruttività del capitalismo è tema anche de Il grande saccheggio (Roma 2011) di Piero Bevilacqua. Vastità e drammaticità delle sue conseguenze umane vengono ampiamente documentate in Ecoprofughi (Roma 2010) da Valerio Calzolaio. Eccetera.

Questo elenco, peraltro lungi dall'essere completo, non può non imporsi al confronto con un mondo di imprenditori, politici, economisti, per i quali la crescita del prodotto rimane obiettivo primo e indiscusso del loro operare e pianificare il futuro. Crescita d'altronde non meglio definita: crescita non importa di che, per quale fine, con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. E ci si domanda di che cosa questi “potenti” pensano siano “fatte” le merci in quantità crescenti rovesciate sui mercati; se mai gli accada di considerare che auto ultimo grido, computer sempre più prodigiosi, armi via via più micidiali, telefonini capaci di tutto, astronavi, e quant'altro, sono “fatti” di natura, minerale, vegetale, animale; sono cioè frammenti di Terra, il pianeta che abitiamo. Il quale non è dilatabile a nostra richiesta, e non è perciò in grado né di alimentare una produzione in crescita illimitata, né di neutralizzare i rifiuti, solidi liquidi gassosi, che ne derivano. Cose note. Cose dette e ridette. Cose puntualmente ignorate. Come lo squilibrio ecologico planetario a ritmi sempre più paurosi dimostra.

Se tutto ciò è spiegabile (ma non giustificabile) da parte dei “padroni”, o di convinti teorici del capitalismo neoliberista, davvero riesce incomprensibile da parte delle sinistre (quelle ancora vive e attive) le quali, in pratica senza eccezione, con altrettanto fervore invocano crescita, né avanzano ipotesi diverse da quelle del padronato. La cosa ha d'altronde radici lontane. Per un lungo periodo infatti, in pratica coincidente con il primo trentennio postbellico, la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica era andata oggettivamente migliorando le condizioni dei lavoratori; e fu allora che le sinistre, nate per abbattere il capitalismo, pur senza mai rinnegare la loro storia e i loro obiettivi, via via si attestarono su una linea moderata, che peraltro consentì una serie di riforme assai significative: scuola, sanità, pensioni, ecc. Mentre però fatalmente la rivoluzione “entrava in sonno”.

Meno comprensibile è a mio parere la politica delle sinistre nei decenni successivi, di fronte all'affermarsi della più gigantesca rivoluzione della storia, l'informatica: una tecnologia capace di sostituire il lavoro umano, non solo fisico ma, sempre più, anche mentale. Qualcosa che di fatto avrebbe potuto in misura crescente consentire quella “liberazione del lavoro e dal lavoro” a lungo auspicata e in qualche modo “raccontata” da tutti i grandi utopisti, Marx incluso; tema ripreso sulla fine del secolo scorso da André Gorz e Claudio Napoleoni. Ma i partiti operai non parvero considerare questo aspetto di un fenomeno senza precedenti, né domandarsi in che modo usarlo a favore dei lavoratori. A prevalere fu la paura della disoccupazione tecnologica. “Creare posti di lavoro”, assurda invocazione di attività fine a se stessa, divenne lo slogan vincente, tuttora vivo.


E fu così che le sinistre di fatto regalarono il progresso scientifico e tecnologico al capitale. Il quale ovviamente non poteva non usarlo secondo le proprie logiche e i propri fini. “Ripartire dal lavoro”, continua ad essere l'esortazione più insistita da parte di tutte le sinistre organizzate (quel tanto che ne resta), in ciò sostanzialmente allineate agli auspici del mondo capitalistico per “l'uscita dalla crisi”: vale a dire rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, crescita. Ciò che peraltro non sembra affatto arrestare disoccupazione e precariato, mentre inesorabile aumenta il dissesto dell'ecosistema terrestre.


E qua ci si imbatte in quella sottovalutazione della crisi ecologica, che (benché a grandi titoli “strillata” dall'informazione di ogni tipo, e ormai inevitabilmente impostasi all'attenzione di tutti) continua però ad essere una variabile marginale, cui periodicamente si dedicano costosi quanto inutili summit internazionali, ma che nemmeno viene citata in incontri e convegni tra imprenditori, economisti, politici. Ciò che, salvo rare eccezioni, vale purtroppo anche per le sinistre; le quali sembrano dimenticare che a pagare le conseguenze di catastrofi, inquinamenti, squilibri climatici, ecc. dovunque sono soprattutto operai, contadini, lavoratori manuali, quanti cioè da sempre sono per loro principale oggetto di attenzione e impegno.


Mi avvedo di aver parlato pochissimo di “ambiente”, nello specifico delle sue cause, della sua fenomenologia, delle sue possibili “cure”. Ma temo non possa riuscire gran che utile, se prima non si tenta una profonda rilettura di tutta intera l'organizzazione del mondo, per mille versi negli ultimi decenni radicalmente trasformata: quella che della crisi ecologica come della crescente iniquità sociale è certo responsabile diretta, che però di fatto conosciamo ben poco, e ancor meno controlliamo. Dopotutto la “globalizzazione”, che tutti di continuo citiamo, non è tuttora per gran parte una sconosciuta?

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