La trappola della crescita, intervista a Latouche

martedì, 10 aprile 2012 14:29 in Rassegna stampa

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alla newsletter di Bilanci di Giustizia n. 169, marzo 2012

Ci troviamo in un periodo di “schizofrenia” sistemica ancora intrappolati dentro i meccanismi di una società capitalista fondata essenzialmente sulla crescita economica (congegnata con l’unico scopo di continuare a produrre all’infinito), assistiamo però impotenti al suo declino. «Non c’è nulla di peggiore di una società della crescita quando la crescita si arresta» spiega in questa intervista l’economista e filosofo francese Serge Latouche. «L’attuale società può funzionare solo sulla logica della crescita infinita. Quando non c’è crescita o questa è molto debole allora è catastrofico», avverte l’economista. Perché il sistema va in panne. E a risentirne principalmente sono i cittadini, l’occupazione, i servizi e l’ambiente. La nostra è una realtà «completamente fagocitata da un’economia che ha come unico scopo quello di crescere all’infinito – ricorda l’autore del recente saggio “Il tempo della decrescita” -. Non si tratta di aumentare la produzione per soddisfare i bisogni ma di far crescere i bisogni per incrementare la produzione e il consumo ». Una trappola che da qualche decennio mostra tutte le sue crepe. Latouche, autore di decine di saggi tra i quali spiega che il meccanismo si è ormai inceppato e l’unica alternativa alla barbarie rimane quella dell’inversione di rotta. Produrre meno e localmente, consumare meno, lavorare meno. Ossia abbandonare lentamente le regole di un vecchio sistema saturo.

Dovremmo dunque auspicare il collasso del sistema capitalista?

«Andare sino alla fine di questo sistema è molto pericoloso perché comporterebbe la fine dell’umanità, per via della distruzione ambientale e delle verosimili future catastrofi naturali. Faremmo meglio a cambiarlo prima di arrivare al fondo. O piuttosto a cambiare la logica di un sistema fondato sul predare la natura… È l’unica possibilità reale per soddisfare al medesimo tempo gli interessi contrapposti dei capitalisti e dei lavoratori. Questo vecchio capitalismo ha funzionato abbastanza tra il ‘45 e il ‘75, i 30 anni gloriosi, ed è stata l’apoteosi della società dei consumi. Poi il sistema ha esaurito la sua possibilità di funzionare. La crisi avrebbe dovuto prodursi negli anni ‘70 ma il sistema ha trovato un modo per salvarsi. Ha creato una quantità di crediti modello gigantesca e valutata a 600mila miliardi di dollari. Quindici volte il Pil mondiale. Un milione di miliardi di dollari. Abbiamo raggiunto il benessere indebitandoci. Ma oggi siamo ad un bivio e non è più possibile continuare così: tutti cercano di far ripartire la medesima logica… Ma questa si è esaurita!».

Parliamo allora del modello che lei propone, quello della decrescita. Una delle critiche sollevate è che questo paradigma penalizzerebbe ancora di più l’occupazione.

«Per gli obiettori di crescita, nella misura in cui è escluso il rilancio dell’occupazione attraverso il consumo, una riduzione drastica del tempo di lavoro imposto è una condizione indispensabile per uscire da un modello lavorista di crescita. Allora, la sfida per noi è né austerità, che è di una stupidità assoluta, né rilancio: si tratta di creare occupazione, riducendo gli orari di lavoro, di uscire dall’euro e avere un’economia protezionista. Senza riprendere la logica della crescita infinita… Con una politica protezionista e inflazionista e la svalutazione della moneta – se torniamo ad esserne padroni – per sviluppare l’esportazione dei prodotti, allora si ricrea un tessuto industriale. Sia in Italia che in Francia ci sono molti operai qualificati che potrebbero riprodurre il tessile per esempio, o la meccanica, e tutto quello che ora importiamo dalla Cina e dalla Romania. Gli imprenditori oggi delocalizzano. In questo modo invece ritornerebbero a casa e ricreerebbero nuovi posti di lavoro. Poi, il secondo passo nella politica della decrescita è quello di passare dall’agricoltura produttivista all’agricoltura sostenibile senza concimi chimici, senza pesticidi. Un’agricoltura biologica creerebbe milioni di posti di lavoro».

Lei nei suoi saggi parla molto di ambiente e di rispetto dell’ecosistema.

«Dobbiamo inventare un eco-socialismo, una società di prosperity without growth. Io dico di “abbondanza frugale”. Un sistema basato sull’autolimitazione che è la condizione per l’abbondanza. Produrre, distruggere e consumare all’infinito non ha senso. La globalizzazione ha creato un gioco al massacro su scala globale. Ha permesso ai padroni di abbassare i salari. Ma questo nuovo paradigma che io auspico non ha niente a che vedere con il socialismo reale. È un progetto che funziona a partire dal basso. Bisogna tornare alla politica e all’economia locale, articolare le entità locali. Si tratta di ridare senso al vivere localmente. Siamo tossicodipendenti del consumo e del lavoro. Come i drogati che non hanno la forza di rinunciare alla loro droga».

Da cosa iniziare allora per disintossicarci?

«Possiamo sintetizzare il nostro programma nel circolo virtuoso delle otto R: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. In particolare, produrre a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione».

Pensa che l’Unione europea sia una forzatura?

«Certo. Anche questo europeo è un sistema che ci è stato imposto. Ci sono stati dei referendum e il popolo ha sempre detto di no: il patto di stabilità non l’abbiamo votato; è una logica tecnocratica che si è imposta dall’alto. È quella del sistema tedesco, dovuto alla storia particolare della Germania del dopoguerra. Tutto il resto del mondo faceva una politica keynesiana mentre la Germania faceva già una politica neoliberista. Anche Einaudi era un neoliberista ma non è riuscito in Italia. La democrazia cristiana non ha potuto, come in Germania, imporre questa logica: i tedeschi hanno potuto sviluppare un’economia esportatrice ma che non è generalizzabile. Questa logica ha come conseguenza quella di distruggere l’occupazione. La politica della Banca centrale europea è una politica di ortodossia monetaria terribile…