Buon sostenibile anno nuovo
mercoledì, 28 dicembre 2011 21:42 in Rassegna stampa
di Paolo Cacciari (da www.lindro.it, 29_12_11) La sostenibilità è il vero imperativo del tempo presente. Non la “crescita”, come erroneamente insistono a dire economisti e politici giocando pericolosamente con il futuro di noi tutti.
Molti appuntamenti quest’anno ci ricorderanno che la sfida più ardua che abbiamo davanti è quella di far rientrare le attività umane dentro limiti di tollerabilità per il funzionamento degli ecosistemi e di dignità della condizione umana. Una sfida che preferiremmo affrontare senza dover passare attraverso sconvolgimenti ambientali e sociali, ma al contrario attraverso la cooperazione, la solidarietà intergenerazionale e una visione del mondo bio-umanistica. Il 2012 è stato dedicato dall’Onu all’energia sostenibile e alla cooperazione, mentre l’Unione Europea lo dedica all’invecchiamento, possibilmente attivo e sereno. Ma è anche il ventennale dell’Earth Summit di Rio de Janeiro (con la sua lungimirante Agenda per il XXI secolo), mentre giunge a scadenza il Protocollo di Kyoto. Le premesse da cui partire non sono affatto buone. Quando si afferma che la crisi attuale non è solo finanziaria e produttiva, ma anche climatica, ambientale, energetica, idrica, alimentare… si dice esattamente questo: il sistema economico e sociale è fuori controllo, ovvero preleva, dissipa, distrugge risorse umane e naturali più di quanto riesca a impiegare, riprodurre e restituire utilmente. Non serve essere profeti di sventura o “gufisti” per capire che siamo “in marcia verso l’abisso” – per usare le parole di Noam Chomsky. Il 31 gennaio di quest’anno termina il periodo di validità del protocollo internazionale di Kyoto che avrebbe dovuto impegnare i paesi più industrializzati a ridurre l’emissione dei gas climalteranti del 5,2% su base 1990. Le emissioni sono invece aumentate del 38% e le ultime rilevazioni dell’Ipcc (la indiscussa commissione scientifica che monitorizza il fenomeno del riscaldamento globale) indicano che nell’anno che si è appena concluso “i livelli di gas a effetto serra sono più elevati dello scenario ipotizzato peggiore”. Ciò significa che – salvo cataclismi sociali o naturali – non si raggiungerà entro il 2050 quella riduzione della CO2 del 50% ritenuta necessaria per contenere l’innalzamento delle temperature medie del pianeta sotto i +2° gradi Celsius. Sopra tale soglia gli sconvolgimenti climatici sarebbero tali da provocare distruzioni inimmaginabili. Le ultime rilevazioni disponibili dell’anidride carbonica in atmosfera (dicembre 2010) segnano un valore di 389,96 parti per milione. Il climatologo Bill Mc Kibben (Terra, edizioni Ambiente) ricorda su “Nature” che “l’ultima volta in cui i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera raggiunsero i valori simili a quelli attuali (390 ppm) fu circa 20 milioni di anni fa; ma allora il mare era più alto di venti metri e le temperature più alte di dieci gradi”. Già nelle attuali condizioni desertificazione e salinizzazione delle falde, perdita di fertilità ed erosione del suolo, estinzioni di specie viventi ed eventi climatici estremi sono cause di immiserimento per numerose popolazioni e creano qualche decina di milioni di profughi ambientali. Le risposte che vengono dai gruppi dirigenti responsabili della governance mondiale non tentano nemmeno più di negare l’evidenza dei fatti, ma affermano che la lunga crisi economica non consente di dedicare risorse ai problemi ambientali. E’ la vecchia storia del cane che si morde la coda: prima bisognerebbe aumentare produzioni e consumi, solo poi si potrebbe pensare a riparare i danni causati stanziando un po’ di risorse per le “mitigazioni” e gli “adattamenti”. Così i fondi per la green economy e per l’implementazione delle clean-tec rimangono al palo. In compenso le lobbies petrolifere continuano ad essere alimentate da un fiume di denaro: “400 miliardi di dollari di sussidi l’anno”, secondo la Reuters. I piani e le normative per la riconversione ecosostenibile degli apparati energetici, industriali, agro zootecnici, dell’edilizia e delle infrastrutture urbane vengono accantonati. Anche le seducenti promesse elettorali del presidente Obama sono sconfessate perfino per quanto riguarda l’abbassamento dei limiti di emissione dell’ozono. La famosa proposta di legge Waxman-Markey per la riduzione volontaria della CO2 del 17% entro il 2020 non vedrà la luce, almeno in questa legislatura. I negoziati in sede Onu per proseguire e rilanciare il Protocollo di Kyoto vanno avanti come i gamberi: a Durban nell’ultimo vertice lo scorso dicembre, il Canada si è sfilato, subito seguito da Russia e Giappone. Stati Uniti e Cina (che assieme rappresentano più del 50% delle emissioni totali) non hanno mai voluto entrarvi. L’Australia se n’è uscita l’anno scorso. Il fallimento è clamoroso. A fine anno si apre un vuoto. L’“accordo” prevede che per un nuovo “protocol, another legal instrument or a legal outcome” bisognerà attendere il 2015, forse. Eppure non c’è alternativa. Se non si imbocca la strada della sostenibilità ambientale e sociale, le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione, di quel “99%” ben rappresentato dai movimenti giovanili Occupy dello scorso autunno nelle piazze di mezzo mondo, rischiano realisticamente di collassare. Sottovalutare gli allarmi è da stolti, tanto più che la strada per una nuova grande trasformazione economica e sociale potrebbe essere percorsa felicemente. Basterebbe riprendere la “road map” tracciata vent’anni fa a Rio de Janeiro e, prima ancora, con il vertice della Terra di Stoccolma di vent’anni prima. Ricordo una buona definizione di sostenibilità contenuta nel documento Nostro comune futuro dell’Onu del 1987: “Sviluppo sostenibile è un processo nel quale l’uso delle risorse, la dimensione degli investimenti, la traiettoria del progresso tecnologico e i cambiamenti istituzionali concorrono tutti assieme ad accrescere la possibilità di rispondere ai bisogni della umanità non solo oggi ma anche in futuro”. Natura, economia, scienza e politica devono convergere attorno ad una visione armoniosa dei rapporti tra gli esseri umani e tra questi e la natura. L’errore è stato nell’aver creduto che la sedicente logica auto-regolativa del mercato avrebbe potuto risolvere queste complesse equazioni. L’“ecologia di mercato”, il “capitalismo naturale” si sono rivelati per quel che sono: ossimori, opposti inconciliabili. I beni naturali sono stock limitati e insostituibili, quindi il loro valore è di una grandezza indeterminabile e incommensurabile con il metro del denaro. Il fallimento del protocollo di Kyoto, del metodo cap and trade (le autorità pubbliche stabiliscono un tetto di autorizzazioni all’inquinamento e ne liberalizzano il commercio) dovrebbe insegnare qualche cosa. Oggi potremmo contare su saperi e conoscenze tecnologiche ancora più raffinati. Le università (anche italiane) hanno aperto dipartimenti di studi sistemici sulla sostenibilità. Potremmo contare su una cittadinanza che non chiede altro di poter sperimentare buone pratiche di vita quotidiana (consumo informato, mobilità dolce, cura dei beni comuni, lotta agli sprechi, ecc.) e su reti di Enti locali virtuosi che vogliono costruire “smart city” partendo da piani energetici locali “post-oil”, capaci cioè di fare a meno dei combustibili fossili. Potremmo contare anche su sindacati che vorrebbero contare di più nelle decisioni aziendali per poter produrre cose utili, meno impattanti, con meno carico di sfruttamento e sofferenza. Ha scritto Paul Hawken, riprendendo Keynes e prima ancora Gandhi: “Esistono mezzi finanziari e tecnologici per affrontare e ripristinare le esigenze della biosfera e della società. E’ possi
bile creare un posto di lavoro con salario sufficiente per ogni persona che lo desideri” (Moltitudine inarrestabile, Edizioni Ambiente 2010). Il tempo a disposizione non è molto. Chissà che questo sia l’anno buono per cominciare.
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