Le vere risposte alla crisi climatica arriveranno dal basso

mercoledì, 21 dicembre 2011 11:37 in Rassegna stampa

 

da www.climalteranti.it  del 19 dicembre 2011 di  Karl Ludwig Schibel, Alleanza per il clima Iniziamo un dibattito sul futuro delle politiche climatiche e delle negoziazioni sul clima, ospitando un parere fortemente critico sull’esito della COP17 di Durban, che pubblichiamo, pur non condividendone numerosi passaggi, per mostrare la diversità delle posizioni e degli argomenti in gioco.
Il vertice di Durban, la 17° “Conference of Parties” (COP 17), è finita con un compromesso che – in vista delle dimensioni del problema – equivale a un fallimento. Le spinte alla politica del clima verranno nei prossimi anni dalle attività locali e nazionali con un ruolo importante di coordinamento ed incentivazione dell’Unione europea e verranno purtroppo dagli eventi meteorologici estremi e dai loro impatti sull’economia e sulle vite umane. Opportunità e catastrofi saranno le forze propulsive al posto di una politica climatica guidata da risultati scientifici e discorsi razionali. Fra i risultati più importanti di Durban, il protocollo di Kyoto, di cui la prima fase termina nel 2012, rimane in vigore, però senza Canada, Russia, Giappone e Nuova Zelanda. Forse fino al 2017, forse fino al 2020. Si vedrà. I paesi che anche dopo il 2012 prenderanno impegni vincolanti per la riduzione di gas serra saranno l’Unione Europea, la Svizzera e la Norvegia, cioè il 15% delle emissioni globali, il resto del mondo farà come meglio crede. Un nuovo accordo globale di cui dovrebbero far parte anche gli Stati Uniti, l’India e la Cina verrebbe applicato a partire dal 2020. Prenderà forse la forma di un accordo, forse di uno “strumento giuridico” o di una “soluzione concertata”, il che non sono sottigliezze linguistiche ma profonde differenze tra un documento vincolante – i primi due – o uno del tutto impotente e insignificante. L’IPCC, il gruppo di migliaia di studiosi che negli ultimi due decenni hanno fornito la base scientifica per la politica climatica viene dequalificato. Per le decisioni future i risultati dell’Intergovernmental Panel on Climate Change non saranno più, appunto, la “base”, ma il processo sarà “informato” dal lavoro e dai risultati di questo eminente gruppo di studiosi. Il risultato era prevedibile e fanno male anche le associazioni ambientaliste a nutrire prima di ogni conferenza mondiale speranze come se da questo processo internazionale dovesse venire la salvezza. Dopo la COP 14 nel 2008 a Poznan in Polonia si diceva che pur non avendo raggiunto un nuovo accordo post-2012, erano state poste le basi per metterlo nero su bianco l’anno successivo a Copenaghen. E infatti il Comune di Copenaghen, il governo danese e anche la Commissione europea lanciavano una smisurata campagna di pubblicità e relazioni pubbliche. A “Hopenhagen”, il porto della speranza, sarebbe avvenuto il miracolo di un nuovo trattato. Il mini-accordo non vincolante uscito COP 15 era invece un passo indietro. L’anno scorso, a Cancùn i risultati sono stati all’altezza delle sfide. Visto i miseri risultati di Durban vedremo come la carovana dei circa 10.000 globetrotter delle trattative climatiche cercheranno di vendere la prossima conferenza nel petrolifero Qatar. Le risposte ai cambiamenti climatici devono arrivare da altri luoghi, non da conferenze organizzate dalle Nazioni Unite, come la Convenzione quadro sul clima nel 1992 a Rio. Il che non significa che sia inutile, anzi è di grande importanza, lavorare per un nuovo accordo internazionale nei prossimi anni, ma l’accordo e la forma che prenderà saranno il risultato di processi che si svolgono a livello nazionale e più ancora a livello locale. Il processo internazionale riflette più che altro le dinamiche politiche ed economiche all’interno degli stati nazionali; gli spazi di manovra dei politici che partecipano alle trattative di alto livello sul clima sono definiti dalla costellazione politica interna, dalla stabilità economica e dalle aspettative della popolazione per un benessere futuro. Due anni fa a Copenaghen, il discorso deludente di Obama – quando ancora si aspettava molto dal nuovo presidente progressista – non si doveva alla sua insensibilità verso i cambiamenti climatici, ma al fatto che non aveva allora (né ora) una maggioranza del Senato e della Camera a favore di un trattato internazionale vincolante sul clima. Nella situazione attuale, la disponibilità dei paesi emergenti a un accordo che metta in discussione i loro obiettivi di sviluppo economico a favore della protezione del clima tende a zero. A Durban sono stati la Cina e l’India a rifiutarsi categoricamente di firmare qualsiasi accordo internazionale vincolante. Il problema l’avete creato voi, esultava con rabbia il ministro indiano all’ambiente, Natarajan, non ci piegheremo alle “minacce dell’Unione europea”, si tratta di una questione di giustizia climatica. E il suo collega Xie con altrettanta veemenza ripeteva che la Cina è un paese in via di sviluppo e deve quindi far crescere la propria economia. Un’adesione dell’India e della Cina a un trattato internazionale sarebbe pensabile solo se vedessero riduzioni quantificabili dei gas serra nei vecchi paesi industriali e la possibilità concreta di un trasferimento massiccio di tecnologie e di fondi per rendere attuabile uno sviluppo economico teso a un benessere low carbon. Risiede lì la prospettiva più promettente di combattere i cambiamenti climatici: l’Europa deve continuare a spingere per un accordo internazionale, a far pressione sulla Cina, l’India e gli Stati Uniti, ma deve soprattutto dimostrare a grande scala che benessere, prosperità e innovazione possono accompagnarsi a un forte calo delle emissioni di gas serra. L’uscita dall’era fossile non può scaturire da conferenze internazionali. Un trattato vincolante ha poche chance mentre tutti sono convinti che ogni ulteriore impegno metta a rischio l’uscita dalle crisi finanziarie ed economiche in atto. Per la politica i cambiamenti climatici e più in generale la questione ecologica sono diventati marginali. Ma se non si trattasse di nuovi obblighi da subire, bensì di nuove opportunità da cogliere? è questa l’idea della svolta energetica che la Germania ha deciso nell’estate del 201

1: abbandonare il carbone che distrugge il clima, uscire dal nucleare e dai suoi rischi di incidente, rinunciare alle materie prime, che comunque finiranno tra pochi decenni, a favore di fonti energetiche rinnovabili. Funzionerà? Se la svolta energetica dovesse fallire, la Germania non sarà più un leader dei paesi industrializzati. Se dovesse riuscire, forse gli accordi internazionali non saranno più tanto importanti. Karl Ludwig Schibel, Alleanza per il clima

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