<!–:it–>Alla fine del mondo<!–:–>
giovedì, 17 novembre 2011 21:20 in Alla fine del mondo
a cura di Alberto Castagnola
In questo spazio presentiamo una lista dei meccanismi di danno ambientale prodotti da scelte economiche e tecnologiche orientate alle crescita senza limiti. Per acquisire una visione realistica e complessiva di quanto deve sopportare l’unica Terra che abbiamo a disposizione.
Il ciclo del carbonio sconvolto dal riscaldamento climatico

L’equilibrio dinamico che per molte centinaia di milioni di anni ha accompagnato il clima della Terra era legato a un ciclo del carbonio relativamente regolare. Come se un giocoliere lo facesse passare dallo stato solido a quello gassoso, dalla biosfera e dagli oceani all’atmosfera. (leggi tutto).
Questo processo è stato destabilizzato dalla rivoluzione industriale, basata sulla combustione dei composti di carbonio quali il petrolio, il carbone e il gas detto naturale. Decine di miliardi di tonnellate sepolte sotto la terra e gli oceani sono state così rilasciate nell’atmosfera modificando le quantità coinvolte nel ciclo del carbonio. Ci sono voluti milioni di millenni per farlo fossilizzare, ma solo poche diecine di anni per disperderlo nell’atmosfera.
Per fortuna, il giocoliere ha degli assi nella manica che compensano un poco lo squilibrio: biosfera e oceano costituiscono infatti un immenso serbatoio di carbonio. Lo assorbono dall’atmosfera e lo integrano al suolo o lo precipitano sotto forma di carbonati (gli oceani). Hanno così già assorbito quasi la metà dei rifiuti antropici. E’ il motivo per il quale li si definisce “pozzi di carbonio”.
Ma c’è un problema: la quantità di carbonio trattenuta nell’oceano diminuisce per….il riscaldamento climatico! Può essere infatti che l’aumento delle temperature dell’oceano riduca la capacità di sedimentazione, rallentando, se non, a certe latit
udini, sopprimendo le correnti oceaniche responsabili ( a livello della Groenlandia e nel Pacifico) del deposito dei sedimenti.
D’altra parte, la deforestazione delle foreste tropicali e il cambiamento d’uso delle terre (sfruttamento agricolo o urbanizzazione) riducono ulteriormente il ruolo compensatorio della biosfera. E la desertificazione, accentuata dal riscaldamento in particolare nell’Africa subsahariana, non fa che aggravare il fenomeno. La biosfera (vegetazione, suolo e oceano) consente un margine di manovra nella gestione delle nostre emissioni di CO2, ma limitato.
Si calcola che possa riciclare in modo naturale 3,2 gigatonnellate (miliardi di tonnellate) di carbonio all’anno. Una quantità soggetta a evoluzione, a causa dell’alterazione del ciclo del carbonio e del nostro sfruttamento della biosfera.
Inutile, perciò, contare sui pozzi di carbonio per riassorbire il problema climatico. La sola soluzione è ridurre le emissioni di gas a effetto serra all’origine (“mitigazione”). Per evitare di raggiungere una soglia di riscaldamento pericolosa, è necessario fissare un obiettivo di stabilizzazione della concentrazione di questi gas. E’ quindi imperativo stabilire con precisione il margine di manovra che ci concede l’atmosfera (3,5 gigatonnellate).
La valutazione che ne consegue è che in cinquanta anni bisognerebbe dividere per quattro le emissioni complessive di gas a effetto serra. Si pone così la questione della ripartizione. Ridurre a un quarto in ogni paese? Fissare una quantità di carbonio annua per abitante (si parla di 0,5 tonnellate di carbonio, cioè 1,8 tonnellate di CO2)? Comunque, anche se gli abitanti dei paesi sviluppati dovessero assumersi le proprie responsabilità, questo non eviterà che anche i paesi emergenti (Asia, Sudamerica) partecipino allo sforzo generale.
In conclusione, bisogna riconoscere che l’essere umano fa parte integrante del ciclo del carbonio (sia per quanto incide che per quanto subisce), ma che non sembra averne ancora preso pienamente coscienza.
La decrescita su Facebook Degrowth on Facebook
La decrescita su YouTube Degrowth on YouTube
R&D Research & Degrowth Recherche & Décroissance
Sito dell'Associazione per la decrescita