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giovedì, 17 novembre 2011 13:23 in Rassegna stampa

 di Carla Ravaioli   su Liberazione 30_09_11

Da qualche tempo un numero crescente di voci, in vario modo e da posizioni diverse, si esprime criticamente nei confronti della linea economica dominante, data come socialmente iniqua e ecologicamente distruttiva, nell'insieme segnalando una tendenza a porre in dubbio convinzioni e scelte politiche, dai più finora accettate come “normali”. Penso ad esempio alle posizioni più o meno esplicite di alcuni importanti organi della stampa internazionale. Ne cito qualcuno.

The Nation, avendo nel giugno scorso quasi per gioco invitato i lettori a “reimmaginare il capitalismo”, per molti numeri è stato inondato di risposte tutt'altro che giocose, anzi duramente critiche e spesso dichiaratamente desiderose di vedere la fine dell'impianto economico attuale. In agosto sul Wall Street Journal Nouriel Rubini parlava di un capitalismo ormai pervenuto a un livello di autodistruttività forse irrecuperabile. Nello stesso periodo The Guardian ripetutamente si occupava del commercio clandestino di armi, come di una delle più lucrose fonti attuali di ricchezza. “E' terminale la crisi del capitalismo?” si domandava di recente il teologo Leonardo Boff, pubblicato su Other News di Roberto Savio; il quale nella stessa sede riprendeva un documentatissimo atto d'accusa, firmato da Badriya Khan, “The world is over-armed – The World is over-hungry”. “La fine del progresso”, si intitola un intervento di Zygmund Bauman su La Repubblica del 17 settembre; e sul “Venerdì” dello stesso foglio Giorgio Bocca parla di «crisi ormai galoppante e conclamata del capitalismo». “L'economia uccide più delle bombe”, afferma l'invito alla prossima “Marcia per la pace” Perugia-Assisi. “Benessere senza crescita?” è il tema della prossima sessione dei Colloqui di Dobbiamo (1 – 2 ottobre). Non mi paiono novità da poco.


Sempre più numerosi sono anche i libri, in vario modo impegnati a dimostrare l'insostenibilità del sistema economico mondiale. Mentre si ripubblica Miserie della mondializzazione (Milano 2009) notissimo lavoro a molte voci, da Latouche a Samir Amin a Chomsky a Wallerstein, il pachistano Ahmed Rashid dettagliatamente descrive il fallimento dell'Occidente nel “Sud” del mondo (Caos Asia, Milano 2008); il filosofo Slavoj Zizek analizza la sostanziale irrazionalità del capitalismo globale (Dalla tragedia alla farsa, Milano 2010); Il caos prossimo venturo (Vicenza 2007), firmato dall'indiano Prem Shankar Jha, con inesorabile chiarezza legge i problemi creati dalla globalizzazione capitalista; Capitale fittizio e crisi del capitalismo, di Loren Goldner (Torino 2007), descrive un'economia che segna «una crescente regressione dell'essere umano». Analoghe convinzioni illustra Hervé Kempf, in un libro il cui titolo, Per salvare il pianeta dobbiamo farla finita con il capitalismo (Milano 2010), non lascia dubbi. L'inesorabile distruttività del capitalismo è tema anche de Il grande saccheggio (Roma 2011) di Piero Bevilacqua. Vastità e drammaticità delle sue conseguenze umane vengono ampiamente documentate in Ecoprofughi (Roma 2010) da Valerio Calzolaio. Eccetera.

Questo elenco, peraltro lungi dall'essere completo, non può non imporsi al confronto con un mondo di imprenditori, politici, economisti, per i quali la crescita del prodotto rimane obiettivo primo e indiscusso del loro operare e pianificare il futuro. Crescita d'altronde non meglio definita: crescita non importa di che, per quale fine, con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. E ci si domanda di che cosa questi “potenti” pensano siano “fatte” le merci in quantità crescenti rovesciate sui mercati; se mai gli accada di considerare che auto ultimo grido, computer sempre più prodigiosi, armi via via più micidiali, telefonini capaci di tutto, astronavi, e quant'altro, sono “fatti” di natura, minerale, vegetale, animale; sono cioè frammenti di Terra, il pianeta che abitiamo. Il quale non è dilatabile a nostra richiesta, e non è perciò in grado né di alimentare una produzione in crescita illimitata, né di neutralizzare i rifiuti, solidi liquidi gassosi, che ne derivano. Cose note. Cose dette e ridette. Cose puntualmente ignorate. Come lo squilibrio ecologico planetario a ritmi sempre più paurosi dimostra.

Se tutto ciò è spiegabile (ma non giustificabile) da parte dei “padroni”, o di convinti teorici del capitalismo neoliberista, davvero riesce incomprensibile da parte delle sinistre (quelle ancora vive e attive) le quali, in pratica senza eccezione, con altrettanto fervore invocano crescita, né avanzano ipotesi diverse da quelle del padronato. La cosa ha d'altronde radici lontane. Per un lungo periodo infatti, in pratica coincidente con il primo trentennio postbellico, la crescita produttiva nella forma dell'accumulazione capitalistica era andata oggettivamente migliorando le condizioni dei lavoratori; e fu allora che le sinistre, nate per abbattere il capitalismo, pur senza mai rinnegare la loro storia e i loro obiettivi, via via si attestarono su una linea moderata, che peraltro consentì una serie di riforme assai significative: scuola, sanità, pensioni, ecc. Mentre però fatalmente la rivoluzione “entrava in sonno”.

Meno comprensibile è a mio parere la politica delle sinistre nei decenni successivi, di fronte all'affermarsi della più gigantesca rivoluzione della storia, l'informatica: una tecnologia capace di sostituire il lavoro umano, non solo fisico ma, sempre più, anche mentale. Qualcosa che di fatto avrebbe potuto in misura crescente consentire quella “liberazione del lavoro e dal lavoro” a lungo auspicata e in qualche modo “raccontata” da tutti i grandi utopisti, Marx incluso; tema ripreso sulla fine del secolo scorso da André Gorz e Claudio Napoleoni. Ma i partiti operai non parvero considerare questo aspetto di un fenomeno senza precedenti, né domandarsi in che modo usarlo a favore dei lavoratori. A prevalere fu la paura della disoccupazione tecnologica. “Creare posti di lavoro”, assurda invocazione di attività fine a se stessa, divenne lo slogan vincente, tuttora vivo.


E fu così che le sinistre di fatto regalarono il progresso scientifico e tecnologico al capitale. Il quale ovviamente non poteva non usarlo secondo le proprie logiche e i propri fini. “Ripartire dal lavoro”, continua ad essere l'esortazione più insistita da parte di tutte le sinistre organizzate (quel tanto che ne resta), in ciò sostanzialmente allineate agli auspici del mondo capitalistico per “l'uscita dalla crisi”: vale a dire rilancio di produzione e consumi, aumento del Pil, crescita. Ciò che peraltro non sembra affatto arrestare disoccupazione e precariato, mentre inesorabile aumenta il dissesto dell'ecosistema terrestre.


E qua ci si imbatte in quella sottovalutazione della crisi ecologica, che (benché a grandi titoli “strillata” dall'informazione di ogni tipo, e ormai inevitabilmente impostasi all'attenzione di tutti) continua però ad essere una variabile marginale, cui periodicamente si dedicano costosi quanto inutili summit internazionali, ma che nemmeno viene citata in incontri e convegni tra imprenditori, economisti, politici. Ciò che, salvo rare eccezioni, vale purtroppo anche per le sinistre; le quali sembrano dimenticare che a pagare le conseguenze di catastrofi, inquinamenti, squilibri climatici, ecc. dovunque sono soprattutto operai, contadini, lavoratori manuali, quanti cioè da sempre sono per loro principale oggetto di attenzione e impegno.


Mi avvedo di aver parlato pochissimo di “ambiente”, nello specifico delle sue cause, della sua fenomenologia, delle sue possibili “cure”. Ma temo non possa riuscire gran che utile, se prima non si tenta una profonda rilettura di tutta intera l'organizzazione del mondo, per mille versi negli ultimi decenni radicalmente trasformata: quella che della crisi ecologica come della crescente iniquità sociale è certo responsabile diretta, che però di fatto conosciamo ben poco, e ancor meno controlliamo. Dopotutto la “globalizzazione”, che tutti di continuo citiamo, non è tuttora per gran parte una sconosciuta?

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